Ho conosciuto Gianfabio in un momento particolare della mia vita nel quale, uscito da un’agenzia di comunicazione che non mi dava più stimoli, ebbi la fortuna di lavorare per un breve periodo con un gruppo di ingegneri del software e sviluppatori di front-end davvero eccellenti, professionalmente e umanamente. La mia, più che giustificata in quel caso, idiosincrasia per i middle manager mi impedì di fraternizzare anche con i piani alti, ad eccezione di Gianfabio, che è l’unico manager di quell’azienda che ho stimato. Sono passati un po’ di anni ed è sempre piacevole e istruttivo chiacchierare con lui.

Nel mondo digitale, quando si parla di inclusive design e salute, generalmente ci si riferisce alla disabilità e alle tecniche di accessibilità digitale. In realtà la tecnologia potrebbe aiutare molto anche chi ha una patologia cronica. In questa intervista Gianfabio ci racconta come.

Ci racconti qualcosa di te, del tuo percorso umano e professionale, e di cosa ti occupi oggi?

Direi che sono una persona fortunata perché ho avuto, fino ad oggi, una vita interessante, che non vuol dire sempre necessariamente felice. Ho sempre avuto una passione, per quanto mi ricordi, per esplorare cose nuove e capire come potevano essere composte. Ero la dannazione delle maestre d’asilo perché le costringevo a portarmi nelle altre classi e facevo domande su tutto ciò che non conoscevo. Più o meno sono rimasto così.

I miei genitori erano anche loro persone sicuramente uniche, con mio padre che dal nulla è arrivato a creare un team di Formula 1, la Forti Corse, e mia madre che è stata in grado di creare le condizioni ideali perché questo potesse essere fatto, mantenendo tutti su una dimensione di rispetto per il prossimo ed empatia. Come spesso accade la vita ti colpisce proprio quando raggiungi i tuoi sogni e, finita l’avventura in Formula 1, dopo che mio padre investì tutto, decisi di esplorare altre strade ripartendo da zero.

Ho sempre fatto il consulente di direzione perseguendo progetti in più industry diverse per soddisfare la mia curiosità e poiché penso che l’innovazione provenga anche dalla contaminazione. In un periodo della mia vita ho lavorato anche in una startup dove ho conosciuto un discreto Design Director con il quale parliamo soprattutto di altro: etica, società, musica, ecc., e che adesso mi sta intervistando. Ho deciso di focalizzarmi sul tema degli ecosistemi per la salute perché, probabilmente, ha tutte le caratteristiche per tenermi impegnato:

  • alla base c’è la possibilità di migliorare la salute di molte persone: l’etica e l’aiuto devono essere agiti;
  • implica la necessità di applicare modelli nuovi e soprattutto un approccio culturale diverso;
  • è profondamente digitale e può aiutare molte persone a non essere lasciate indietro. Soprattutto i senior;
  • è un mercato dal valore molto elevato che si può catturare garantendo vantaggi a tutti.

Che cosa significa parlare di inclusione digitale per le persone con malattie croniche?

Significa sviluppare servizi digitali semplici, e quindi utilizzabili da tutte le persone con questo tipo di malattie, che permettano di recuperare pochi ma significativi dati utili a gestire il rischio di degenerazione e/o acutizzazione del problema.

L’approccio che seguo è basato molto sulla fase di prevenzione e mantenimento attraverso l’esecuzione di poche azioni informate da parte dell’utente che siano effettuate in modo continuativo e realmente significative rispetto alla patologia. Inoltre, i modelli di servizio prevedono una forte interazione con i medici di Medicina Generale (MMG) e, soprattutto, i caregivers che, spesso, sono ignorati dal sistema e che, al contrario, devono essere una parte fondamentale dei percorsi di inclusione per i pazienti cronici. Un esempio semplice: se sono iperteso e per cinque giorni la pressione è fuori dai limiti, sicuramente devo intervenire e il servizio deve essere in grado di triangolare questa informazione con gli MMG e i caregiver.

Mi fanno sorridere alcuni operatori del settore che continuano a parlare del futuro della salute, mentre la realtà è che abbiamo tecnologie e infrastrutture per agire da ieri. Ci scordiamo spesso dei bisogni reali degli utenti. Il salto evolutivo avverrà quando riusciremo a catturare quelle persone che sono già disponibili a iniziare un percorso di condivisione dei dati per la gestione della propria salute. Attenzione, semplice per l’utente non significa necessariamente semplice per il fornitore del servizio: come sai perfettamente il percorso di selezione di ciò che veramente serve è estremamente difficile e spesso si scontra con la “coperta di Linus”, per chi lo sviluppa, di volere tante funzionalità e tanti dati.

All’inizio di settembre ho avuto per la prima volta coliche renali dovute a un calcolo e ho notato l’accumulo di una notevole mole di informazioni che, però, date in mano a quattro dottori diversi hanno prodotto quattro indicazioni terapeutiche leggermente differenti. L’elaborazione dei dati è importante soprattutto nelle fasi acute, dove l’intelligenza artificiale può dare un supporto decisivo ai medici per velocizzare la miglior scelta terapeutica. In un mondo completamente al buio come quello dei cronici anche una piccola luce permette di vedere molto. È quindi necessario essere capaci di dimensionare in modo adeguato il servizio in modo da ottimizzare il percorso di relazione con il cronico.

Qual è la tua visione sul futuro degli ecosistemi digitali per la salute?

Da buon nerd trekkie sono ottimista rispetto al ruolo della tecnologia nel creare un “mondo migliore” che non risulti essere solo uno slogan vuoto come sempre più frequentemente accade.

In un ecosistema digitale per la salute, che coinvolge in prima istanza l’utente, ruotano lo Stato, le assicurazioni, i medici, gli attori istituzionali, gli istituti di ricerca, i centri diagnostici, chi paga le medicine e le terapie, i caregivers, i datori di lavoro, ecc. A mio avviso non è possibile far partire e coordinare un sistema così complesso attraverso pomposi white paper e nebulose dichiarazioni d’intenti.

È necessario sempre avere un punto di partenza chiaro, come il bisogno concreto di una persona che vive una patologia cronica, e, incrociando le esigenze di pochi attori per volta, incominciare a costruire dal basso. Come accennavo precedentemente non è un problema tecnologico ma un problema di inclusione del cronico attorno a dei casi d’uso che risultino essere vantaggiosi per tutti gli operatori coinvolti, o almeno la maggior parte, sotto la guida delle migliori pratiche cliniche.

È un tema di cambio di mentalità che, come in tutti i nuovi mercati tecnologici, prevede di individuare prima un certo numero di innovatori che poi trascineranno il resto degli attori coinvolti. In questo momento per potere fare leva sul cambiamento delle persone bisogna essere bravi a “hackerare” il sistema inserendo dei casi d’uso di successo su ciò che già esiste per dimostrare i vantaggi tangibili, soprattutto di carattere economico, a parità di outcome clinico per la persona.

In sintesi gli ecosistemi permettono di fare 1+1 e ottenere 5 ovvero un risultato molto superiore alla somma degli addendi. Un piccolo aneddoto per chiudere: 1+1=5 è il titolo di uno speech che ho avuto il piacere di tenere a Mirandola nel cuore della Medical Valley Italiana, e deriva da un verso di una canzone di un gruppo hardcore punk i Bad Religion, i cui testi spesso invitano a vedere il mondo in modo diverso.

Ultimo aggiornamento 7 Novembre 2021.

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1 Commento

  • Davide Lazzari
    Posted 14 Ottobre 2021 at 15:06 0Likes

    Bellissima intervista, grande Gianfa e bravo Marco

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