Chi sono?

Che domandona!

Sono un maschio cinquantenne, bianco, di nazionalità italiana e di origini emiliane ma nato a Genova. Quando ero giovane e ne avevo molti, ma proprio molti di più, i miei capelli erano biondi. Sono alto un metro e ottantadue e peso circa ottanta chili. Ho gli occhi di colore azzurro, anche se la pupilla di quello sinistro è più grande a causa di una rara sindrome (la stessa che aveva David Bowie pare, ma è l’unica cosa che ci accomuna, purtroppo). Indosso quasi sempre occhiali da vista con una montatura nera. Ho un naso decisamente importante, ed è anche asimmetrico grazie a una pallonata micidiale ricevuta a dodici anni mentre razzolavo nel campo da calcio dei grandi. Sono ateo, suono la chitarra e porto la barba da quando ne avevo quindici.

Marco Bertoni
Marco Bertoni in una tipica espressione di estrema allegria.

All’inizio del suo libro How to Be Everything, Emilie Wapnick elenca una serie di definizioni per le persone che non hanno una chiara vocazione, ma molti interessi diversi. Quelli, insomma, che non hanno mai saputo rispondere alla domanda: «Cosa farai da grande?». Wapnick li chiama multipotentialite, ma ci sono anche altre colorite definizioni: polymath, reinassance person, jack-off-all-trades, generalist e scanner.

Alcune di queste persone passano un periodo più o meno lungo della vita a sentirsi dei disadattati. Figuriamoci definirsi con un’etichetta limitata e limitante come un ruolo professionale.

Per questo, ma anche perché io ho l’aggravante della sindrome dell’impostore, è davvero difficile per me raccontarti chi sono secondo parametri standard. Ma posso garantirti che sono una persona trasparente, per cui credo che sarà più semplice capire leggendo gli articoli che pubblico qui con molta, moltissima, parsimonia.