Questo è un articolo livoroso, pieno di pregiudizi e politicamente scorretto, scritto da uno che per vent’anni si è occupato di accessibilità digitale ed è stanco di sentire le solite balle. Veramente stanco. Colonna sonora: Kamakiriad, Morph The Cat e The Nightfly di Donald Fagen.

Qualsiasi designer che lavori nel mercato digitale italiano, un mercato che è come un treno degli anni ’80, sempre in ritardo — sa che nessuno di noi fa davvero human-centered design, pratichiamo tutti quello che io chiamo manager-centered design. Altro che progettazione centrata sull’utente, piuttosto navighiamo a vista nella tempesta dell’arroganza altrui. Alcuni di questi colleghi, specialmente i predatori della catena alimentare aziendale, sono affetti da un tale complesso di inferiorità creativa che mi ricorda gli inizi della carriera da pittore di Hitler.

Per descrivere il nostro calvario quotidiano potremmo dire che il collega sta al designer, come il terrapiattista sta all’astronomo.

In Italia, ammettiamolo, sono tutti designer digitali, dal salumiere al Presidente della Repubblica. È come se il nostro paese fosse un esperimento su scala nazionale dell’Effetto Dunning-Kruger. Se, poi, proponi a una di queste meraviglie del darwinismo sociale di uscire dall’ufficio per osservare le persone, di fare un po’ di ricerca sul campo insomma, la risposta è di non rompere le balle, ché loro sanno cosa vuole il cliente, mica te, che sei un fighetto. E, poi, il time to market dove lo metti? Su, ché abbiamo fetta! È a quel punto che al designer vengono in mente posti esotici in cui infilarlo. Il time to market intendo.

Rispetto al tema dell’accessibilità digitale l’ignoranza aziendale è disarmante. Ma non si tratta solo di ignoranza, è soprattutto incapacità di visione a lungo termine. Questa è gente che confonde la tattica con la strategia e si credono pure geni del marketing. Pensano che implementare software, siti web e servizi accessibili sia una sorta di penitenza filantropica. Una specie di attività pro-bono dedicata a una minoranza di cittadini improduttivi e che, al massimo, dia qualche vantaggio di immagine.

Per onestà intellettuale devo dire che non è solo colpa loro. La narrativa dei media e la retorica politica su questi temi sono ferme a una definizione di disabilità che sarebbe stata perfetta negli anni ’30 del secolo scorso. Le statistiche sulla disabilità sono fuorvianti e imprecise, per stessa ammissione di chi le produce.1 Difficile, poi, parlare seriamente di human functioning e ICF con chi crede che la disabilità sia un problema di qualcun altro.

Se non riesci a cogliere neppure il fatto banale che le disabilità temporanee — prova a romperti il braccio dominante e poi cerca di usare il mouse e capirai cosa intendo — le malattie croniche o i normali cambiamenti a livello di abilità sensoriale e motoria di chi invecchia, sono tutti esempi di fattori che non sono considerati nelle statistiche sulla disabilità, come puoi capire la portata del discorso? Ancora convinto che si parli di una minoranza? Quindi, deduco che il termine silver economy non ti dica nulla. Il funzionamento umano è un tema che tocca tutta l’umanità, inclusi tutti i tuoi clienti, e avrà un impatto tremendo sui tuoi prodotti nei prossimi decenni. Altro che quattro gatti. Ma la vera domanda è: riesci a pensare a strategie che vadano oltre il prossimo trimestre? No? Allora scusa, avevo capito male.

Poi c’è la seconda balla: l’accessibilità sarebbe un costo.

Amico burlone, l’accessibilità è un costo solo quando sei costretto a fare retrofitting perché il tuo prodotto è stato fatto coi piedi. Le scuse basate sulla sostenibilità economica sono patetiche. La responsabilità è tua. Sei tu che scegli se includere o meno l’accessibilità nel flusso di lavoro fin dall’inizio. Se un’applicazione che hai progettato non è accessibile, non puoi incolpare astrazioni come il linguaggio di programmazione o la tecnologia (un esempio: React e Angular hanno le loro linee guida sull’accessibilità, e se le ho trovate io, che non sono un programmatore, puoi farlo anche tu). E poi, qui non stiamo parlando di fisica quantistica, non prendiamoci in giro, il tempo impiegato a scrivere codice spazzatura è equivalente a quello che si impiegherebbe a scrivere codice accessibile.

È una tua precisa scelta manageriale implementare strategie di product management che includano l’accessibilità e, nel caso siano ignoranti in materia, lo è anche formare i programmatori e i grafici (se per te la formazione interna è solo un costo e non un investimento a lungo termine con un alto ROI, allora sei senza speranza). Sul serio pensi che un prodotto non accessibile possa essere usabile? Hai calcolato l’impatto del customer support? Quello si che è un vero costo, che paghi se progetti prodotti scadenti, fidati belinone. Pianificare i progetti è il tuo lavoro di manager, se non sei in grado di farlo non puoi dare la colpa all’accessibilità o ai tuoi colleghi cattivi che hanno questa assurda pretesa di mettere sul mercato prodotti decenti. Un po’ di decenza, che diamine, ci vorrebbe, nella vita e nel lavoro.

Veniamo ora alla scusa più trendy: il time to market.

Cos’è il time to market (TTM)? È il periodo che intercorre tra il concepimento di una nuova idea e il rilascio sul mercato del prodotto. Chi entra per primo sul mercato con una nuova idea ha, chiaramente, una serie di vantaggi competitivi. Il TTM è usato spesso dai manager meno competenti come scusa per tagliare la qualità, in particolare aspetti come l’accessibilità, che sono stupidamente considerati secondari o, addirittura, velleitari.

Ma, carissimo, il TTM non c’entra nulla con l’accessibilità. L’accessibilità non è una “funzionalità” di un prodotto, è una competenza di base che i designer e i programmatori possiedono e implementano automaticamente. È nella loro cassetta degli attrezzi. L’accessibilità non è un accessorio secondario, non è una caratteristica fighetta che puoi anche aggiungere al centesimo sprint. Non funziona così, amico mio. Se costruisci la tua casa su un deposito di letame, poi non puoi lamentarti se puzza. O se la ditta di pulizie che chiamerai dopo sei mesi, costa un occhio nella testa. Inoltre, anche se vinci la gara del TTM, ma metti sul mercato un prodotto scadente, che cosa avrai vinto se non un tasso di churn imbarazzante e dei costi di retrofitting mostruosi? Ah già, dimenticavo che tu non pianifichi oltre il trimestre, my bad.

Ultimo aggiornamento 23 Ottobre 2021.

Note

  1. L’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), nell’introduzione all’e-book «Conoscere il mondo della disabilità: persone, relazioni e istituzioni», afferma che è difficile tradurre la definizione di disabilità in un insieme di condizioni rilevabili statisticamente.
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