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Sorvegliare e punire

Nell’ormai lontanissimo 1997 (all’epoca studiavo svogliatamente psicologia) diedi un esame di criminologia. Avevo scelto il libro Sorvegliare e Punire di Foucault come testo a piacere. Al termine dell’esame il professore mi chiese cosa pensassi del futuro dei sistemi di punizione, delle carceri insomma. Il caso vuole che quello fosse lo stesso anno in cui lavorai per qualche mese come formatore nel carcere della mia città, avevo tastato con mano l’argomento.

Gli risposi che non vedevo futuro per le carceri. Che non sarebbero semplicemente più servite. A quel punto, con un’espressione divertita, il docente mi chiese di continuare.

Nel libro di Foucault a un certo punto si parla del panopticon, il carcere ideale: una struttura architettonica formata da una torre centrale di osservazione attorno alla quale si dispongono le celle. In uno spazio come questo anche un solo osservatore può controllare tutti i detenuti, come se catene virtuali si irradiassero dall’occhio dell’osservatore verso la mente dei detenuti. Lo spazio personale dei carcerati annichilisce e l’intimità è costantemente violata. In effetti, in un sistema simile, non è neppure necessario che ci sia davvero un osservatore per rendere effettivo il controllo.

Questa immagine mi fece pensare al broadcasting: informazioni che viaggiano da una singola emittente in direzione della massa dei riceventi. La mia generazione, e quelle precedenti, hanno assorbito una quantità enorme di memi in questo modo (l’accezione che uso del termine meme è quella originale, come compare per la prima volta nel libro The Selfish Gene di Richard Dawkins, non quella volgare in voga oggi). La televisione, la radio, una messa, un concerto, un comizio, sono tutti esempi di broadcasting memetico da uno a molti.

Dissi che, secondo me, un nuovo paradigma si stava facendo strada grazie allo sviluppo della Rete e del Web (ricordate che all’epoca non era ancora esploso il fenomeno dei social network e non esistevano gli smartphone). Una nuova architettura di controllo virtuale nella quale il flusso delle informazioni era l’opposto del broadcasting: scorreva da molti a uno. Lo chiamai anti-panopticon. In questa architettura le informazioni raggiungono l’individuo da un gran numero di sorgenti diverse. Infiniti occhi gettano catene virtuali verso la mente dell’individuo e l’enorme offerta di informazione e di scelta da l’illusione della libertà.

La conseguenza estrema di questo modello è l’immobilità. La mansuetudine può essere raggiunta con l’appagamento virtuale della gerarchia dei bisogni e non grazie alla minaccia o alla violenza fisica. Lo spazio sociale virtuale è vasto ma definito attraverso regole precise e controllabili. L’individuo è tracciato e profilato grazie alle sue scelte e quando agisce online è convenientemente immobile, come lo era nella cella del panopticon, ma felice. In un mondo in cui l’anti-panopticon fosse compiuto, le istituzioni totali non sarebbero più necessarie.

Nonostante una certa ingenuità (ero giovane) credo che questo modello sia ancora abbastanza realistico. L’idea dell’offerta a senso unico non è però più applicabile. Se venti anni fa l’utente medio si chiedeva cosa poteva scaricare da Internet, e quindi era un soggetto attivo nella scelta – anche se spesso basata su bisogni indotti – ma passivo nella fruizione dei contenuti, oggi si chiede cosa può pubblicare. Venti anni fa la differenza tra produttori e fruitori di contenuti era reale, oggi l’individuo crea egli stesso l’offerta pubblicando letteralmente la sua identità, in tutte le forme che i social network gli consentono. Un individuo che si racconta pubblicamente non ha bisogno di essere soggetto a una forma qualsiasi di controllo attivo e, quindi, oggi controllore e controllato coincidono.

Ogni rete sociale virtuale è un piccolo panopticon/anti-panopticon al quale l’individuo si sottopone volontariamente. La forma di controllo sociale più economica che si possa concepire.

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