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Sono tutti esperti di UX

Avvertenza: questo è un post politicamente scorretto, a tratti ironico, e contiene moltissimo olio di iperbole. Ne sconsiglio vivamente la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé.

L’ingresso del termine User Experience nel mondo del design ha avuto lo stesso effetto di un’infezione. Gradualmente ci siamo ammalati tutti di UX.

Oggi, nell’immaginario digitale collettivo, assistiamo alla convergenza tra il termine UX e gran parte delle attività legate al mondo della progettazione. Ma l’esperienza dell’utente è uno stato qualitativo della sua mente, è l’effetto percettivo ed emozionale provocato da un artefatto, non è una disciplina o un metodo, né tantomeno un ruolo professionale.

Ipotizziamo che esista il concetto di progettazione dell’esperienza di abitazione, chi è il vero progettista di tale esperienza (l’Habitation Experience Designer): l’architetto? L’ingegnere edile? L’arredatore d’interni? Il designer di mobili e accessori? Il cliente che ha acquistato la casa? Il costruttore edile? Ecc. L’identità professionale, quindi, non può essere costruita su un concetto vago come “progettare esperienze”, né basata su un sottoinsieme di competenze e strumenti metodologici mutuati da altre discipline.

Parole come usabilità, accessibilità, grafica, interaction design, architettura dell’informazione, content management, sviluppo front-end, product design ecc. indicano domini chiari, ed è piuttosto semplice capire a che si riferiscono. L’uso improprio del termine UX, al contrario, ha generato una serie di ridicole semplificazioni, eccone alcune:

  1. Per il collega medio, UX significa grafica. In questo caso la contrapposizione è tra la programmazione e tutto il resto, considerato inutile. Purtroppo anche molti grafici, formati in modo superficiale, definiscono il loro lavoro con il termine UX contribuendo a tramandare l’errore.
  2. Per il cliente medio UX significa a volte grafica, a volte “boh?”, a volte marketing. Non è raro che qualche stakeholder senta il bisogno di migliorare la UX di qualcosa. Se la frase fosse migliorare l’usabilità e l’architettura dell’informazione del prodotto, la specificità dell’affermazione presupporrebbe la conoscenza del dominio e la necessità di rivolgersi a un esperto, usare il termine UX, invece, consente di sembrare cool senza compromettersi con qualcosa di misurabile.
  3. Per l’agenzia creativa media UX significa “il fighetto che fa i wireframes”. Molte agenzie digitali sono ancora strutturate secondo il modello delle agenzie pubblicitarie anni ’50 (con lo stesso organigramma della serie Mad Men). Per costoro la UX è un grande mistero perché non capiscono cosa serva d’altro, oltre a un direttore creativo nevrotico e una coppia creativa affiatata, per imbastire un progetto vincente. Alla fine, per assecondare il trend, assumeranno qualcuno e lo metteranno a fare wireframe copiati dalle grafiche già approvate dal direttore creativo.

La parola UX è diventata un alibi per non studiare. In passato, se volevi definirti, per esempio, esperto di accessibilità, dovevi studiare per anni tutta la teoria, lavorare sul campo con persone con disabilità e conoscere perfettamente le tecnologie abilitanti. Se volevi occuparti di usabilità, dovevi imparare tutta la teoria, lavorare sul campo con gli utenti e poi eseguire i test, interpretare i dati ecc. Adesso con due lezioni al corso di design o un master cotto e mangiato, sono tutti esperti di UX, e hanno ragione: perché chi più di noi stessi può essere definito esperto delle proprie esperienze?

La parola UX, quindi, è la grande livellatrice. Ha consentito a chiunque di proporsi sul mercato facendo le solite cose ma sembrando più cool. È il perfetto prodotto di una società superficiale in cui la sostanza è morta e sepolta sotto una coltre di parole inutili.

2 comments on “Sono tutti esperti di UX”

  1. “Adesso con due lezioni al corso di design o un master cotto e mangiato, sono tutti esperti di UX, e hanno ragione: perché chi più di noi stessi può essere definito esperto delle proprie esperienze?”

    Post sicuramente ironico e, ahimè, mi trovi a concordare praticamente su tutto, MA questa affermazione mi lascia perplessa e mi sono trovata a rifletterci molto.

    FORMAZIONE: Non credo di certo che un master o un corso di design possano renderti un ESPERTO, ma che possano dare infiniti spunti e strumenti per aiutarti a diventarlo, quello si, ne sono fermamente convinta. Al pari di tutte le università e tutte le opportunità di formazione, danno gli strumenti ma poi devi essere bravo a saperli mettere in pratica.

    CONTESTO: dai una panoramica abbastanza reale della situazione attuale, MA, cosa suggerisci di fare a chi si approccia al mondo dell’usabilità e architettura dell’informazione? Sto sperimentando sulla mia pelle tutte le difficoltà per chi, come me, da grafica, ci è arrivato leggendo, navigando da articolo in articolo, realizzando di avere diverse lacune da colmare e decidendo di frequentare un master. Ma ora? Niente, si riprende da capo, leggo, mi informo, PROVO a barcamenarmi tra ignoranza e richieste assurde, confrontarmi con colleghi, frequentando eventi a tema e, soprattutto provando sulla mia pelle a fare ma: quando verrò considerata ESPERTA, e da chi se il collega/il cliente/l’agenzia “MEDIA” non sa nemmeno di cosa si sta parlando?
    Parlare di UX è diventato talmente tanto una moda che per riuscire a capire se la persona con cui stai parlando condivide con te il contesto è diventato quasi un lavoro al pari di un profiler.

    Dal master e dai professionisti con cui ho avuto modo di confrontarmi ho avuto l’impressione che per il momento UX sia effettivamente solo una moda, e che a far parte del mondo degli ESPERTI, quelli veri (?) siano solo una piccola cerchia ristretta. Facendo una ricerca delle posizioni lavorative questo il panorama che mi si presenta:
    . ricerche di front end developer ai quali viene richiesto di “saper predire il pensiero dell’utente medio” mascherate da profili UX
    . ricerche di GRAFICI tuttofare che vengono camuffate dal termine UX che rende l’inserzione più appealing
    . ricerche effettive di figure SENIOR alle quali nemmeno dopo 10 anni di ricerca diretta sul campo, studi antropologici, lauree in sociologia ed esperienza presso aziende del calibro di Google, Apple e Amazon potresti essere preso in considerazione.

    A parte l’esagerazione delle mie affermazioni, sono molto curiosa di sapere cosa consiglieresti a chi, come me, dopo 10 anni di lavoro in un’agenzia di comunicazione vorrebbe veramente impegnarsi per spostare il focus da: STAMATTINA MI SONO SVEGLIATO CON UNA IDEA GENIALE, REALIZZIAMOLA IN MODO FIGO
    a: COSA SERVE PER MIGLIORARE L’ESPERIENZA DI QUEL PRODOTTO/SERVIZIO PER FAR IN MODO CHE NON VENGA IL NERVOSO A CHIUNQUE SI TROVI AD AVERCI A CHE FARE?

    Forse la mia è solo una delle diverse visioni del problema e chissà se concorderai con me sulla panoramica che si presenta, sono veramente curiosa di avere una tua opinione 🙂

    1. Ciao Serena 🙂
      Dunque hai azzeccato: il post è ironico, molto (c’è addirittura un disclaimer :D).

      È facile cavalcare una moda, come tu dici, ma se sotto c’è il nulla culturale, è un problema. In questo senso dico che gli ultimi cinque anni hanno prodotto una pletora di ragazzini (e adulti) che sono passati dall’università qualunque al master UX e pretendono che un nome, un’etichetta, equivalga a una professione. Poi li assumi, e scopri che non solo sono ignoranti o vittime del loro stesso metodo, ma sono anche spocchiosi (si credono, appunto, esperti). Questo perché l’errore è filosofico: si confonde un concetto con una disciplina. L’esperienza dell’utente è un concetto astratto (e inconoscibile se non attraverso il racconto e, sopratutto, non progettabile), mentre le discipline necessarie a progettare PER l’utente sono altre: accessibilità, usabilità, architettura dell’informazione, interaction design, product design, graphic design ecc. E ognuna di queste discipline rappresenta da sola una carriera!

      Ciò che io affermo, quindi, è che non esiste una specificità professionale “UX”, è un’illusione, e che stiamo vivendo un imbarbarimento e una banalizzazione del design, e la relativa verginità dell’ambito digital rende tutto ciò più facile.

      Rispetto alla tua domanda finale posso solo dirti che la differenza tra chi ha dieci anni di esperienza nel design e chi si appiccica un’etichetta dopo un master, è evidente alla prova dei fatti, quando si progetta insieme. Io, personalmente, preferisco un art con competenze orizzontali (t-shaped come si dice) che uno UX something. Il mio consiglio sarebbe di non lasciarsi lusingare dalle mode (perché finiranno), capendo però che non è più possibile pensarsi come professionisti “verticali”, e la formazione funziona ancora ma se è anche auto-formazione agganciata all’esperienza. Oggi il tema è comprendere che non sono solo necessarie maggiori competenze orizzontali, ma è anche necessario saper disimparare (unlearn) per cambiare modello mentale … quando vedo invece che i ragazzi si riuniscono in gilde, io sono questo, tu sei quello, io faccio questo, tu fai quello … mi deprimo.

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