Perché il concetto di intersezionalità è oggi più importante che mai

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e aggiornato il 1 Marzo 2024

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Cos’è l’intersezionalità? Secondo l’organizzazione no profit tedesca Center for Intersectional Justice:

Il concetto di intersezionalità descrive i modi in cui i sistemi di disuguaglianza che si basano su genere, razza, etnia, orientamento sessuale, identità di genere, disabilità, classe sociale e altre forme di discriminazione si “intersecano” per creare dinamiche ed effetti unici. Per esempio, quando una donna musulmana che indossa l’hijab è discriminata, sarebbe impossibile dissociare la sua identità femminile da quella musulmana e isolare la o le dimensioni che causano la discriminazione.

Tutte le forme di disuguaglianza si rafforzano a vicenda e devono quindi essere analizzate e affrontate contemporaneamente per evitare che una forma di disuguaglianza ne rafforzi un’altra. Per esempio, affrontare il divario retributivo tra i sessi da solo — senza includere altre dimensioni come la razza, lo status socioeconomico e lo status di immigrato — probabilmente rafforzerà le disuguaglianze tra le donne.

Center for Intersectional Justice, “what is intersectionality”. La traduzione è mia.

Questo modo di interpretare la disuguaglianza introduce il pensiero sistemico nel discorso sull’inclusione ed è un antidoto contro quella che io chiamo “identità a una dimensione”, cioè la tendenza a classificare le persone in una categoria semplicistica che non considera la loro storia, le loro esperienze e tutti gli aspetti che contribuiscono a definirne l’identità e a comprendere le cause sistemiche delle discriminazioni che subiscono.1

Il termine è stato coniato dalla giurista e attivista americana Kimberlé Williams Crenshaw in un articolo del 1991 in cui esplorava i vari modi in cui razza e genere si intersecano nel dare forma agli aspetti strutturali, politici e rappresentazionali della violenza contro le donne di colore. 2

Ogni persona è il prodotto di circostanze uniche di potere, privilegio e identità. Gli aspetti dell’identità come età, livello di istruzione, colore della pelle, status socioeconomico, ricchezza familiare, occupazione, disabilità, genere, cittadinanza, sessualità, ecc., contribuiscono a differenziare l’impatto delle discriminazioni come abilismo, ageism, razzismo, transfobia, etnocentrismo, omofobia, ecc. Questi fattori interagiscono in modo sistemico tra di loro e con le infrastrutture e le istituzioni che rinforzano l’esclusione e la disuguaglianza: politica, capitalismo, sistema economico, sistema dell’immigrazione, sistema educativo, sistema legale, globalizzazione, e così via.

Così, per esempio, se il tuo scopo è trovare risposte al problema della discriminazione basata sull’età nel contesto del lavoro e alle conseguenze negative per la salute, è sbagliato considerare solo il dato anagrafico. L’intersezione tra aspetti come età, status socioeconomico, genere, orientamento sessuale, ricchezza familiare, storia lavorativa, livello evolutivo dell’organizzazione, disabilità, nazionalità, legislazione sul lavoro, cultura, ecc., racconterà storie completamente differenti evidenziando privilegi e svantaggi intersezionali cumulativi e indirizzando le strategie di inclusione.

Qualsiasi discorso sull’inclusione non può prescindere dall’intersezionalità. Anzi, anche qualsiasi discorso sociale, politico e tecnologico che riguardi un problema aporetico.

Oggi, la nostra società post-pandemica che, tristemente, al posto di trarre da quell’evento planetario l’occasione per iniziare una seria riflessione critica su se stessa, è scivolata nuovamente nel culto del profitto. Sono tornate la guerra e il terrorismo, e siamo arrivati addirittura a normalizzare il genocidio (una cosa inconcepibile, al di là di qualsiasi razionalizzazione).

In questo nostro Brave New World la narrazione pubblica di ciò che sta accadendo nel mondo è così semplicistica da risultare surreale, persino ridicola. La semplificazione ideologica è l’opposto del pensiero sistemico che è alla base dell’idea di intersezionalità. Proprio per questo è essenziale recuperare la capacità di analizzare e capire la complessità. Bisogna fare la fatica di pensare.

L’intersezionalità io la insegnerei, per esempio, agli editori e ai giornalisti italiani, spesso allineati a una narrazione servile e parziale della realtà, in cui si disumanizza il “nemico”, qualsiasi esso sia. Ricorderei loro anche che l’Italia è al quarantunesimo posto nell’indice della libertà di stampa di Reporters Sans Frontieres. Quarantunesimo. E gli chiederei se non si vergognano almeno un po’.

La insegnerei ai nostri politici, anche se sarebbe uno spreco di tempo. La nostra classe politica, salvo rare eccezioni, è culturalmente morta, anzi decomposta, da almeno tre decenni. Una persona onesta e con un’etica solida, se guarda il panorama politico italiano, non può che deprimersi.

La insegnerei agli imprenditori e ai manager con il complesso di Dio, per fargli capire l’importanza e il peso che le loro parole e le loro azioni hanno sugli altri. Gli spiegherei che gli effetti della ricerca compulsiva del profitto sono scritti sulla pelle dei morti sul lavoro (oltre mille in Italia nel 2023) e che il narcisismo e la violenza non sono uno stile di leadership, sono malattie.

  1. Marco Bertoni, People Matter. Una conversazione su inclusione, lavoro e accessibilità digitale, Roma, UXU Edizioni, 2023.
  2. Kimberlé Crenshaw, “Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence against Women of Color”, in Stanford Law Review, v. 43, n. 6 (1991), pp. 1241-1299