Manuale d’uso e manutenzione

Quando ne avevo molti, veramente molti di più, i miei capelli erano biondi e lunghi. Oggi sono corti e pochi. Sono alto qualche centimetro in più di un metro e ottanta e peso circa ottanta chili. Ho gli occhi azzurri, anche se la pupilla di quello sinistro è più grande a causa di una rara sindrome (la stessa che aveva David Bowie pare, ma è l’unica cosa che ci accomuna, purtroppo). Indosso quasi sempre occhiali da vista. Ho un naso decisamente importante. Suono la chitarra acustica e porto la barba da quando ne avevo quindici. In passato ho studiato psicologia, ma, per fortuna, non ho mai terminato gli studi. Lavoro nel campo del design digitale e ho iniziato molti anni fa occupandomi di accessibilità.

Marco Bertoni

All’inizio del suo libro How to Be Everything, Emilie Wapnick elenca una serie di definizioni per le persone che non hanno una chiara vocazione, ma molti interessi diversi. Quelli, insomma, che non hanno mai saputo rispondere alla domanda: «Cosa farai da grande?». Wapnick li chiama multipotentialite, ma ci sono anche altre colorite definizioni: polymath, reinassance person, jack-off-all-trades, generalist e scanner.

Alcune di queste persone passano un periodo più o meno lungo della vita a sentirsi disadattati. Figuriamoci definirsi con un’etichetta limitata e limitante come un ruolo professionale.

Per questo, ma anche perché io ho l’aggravante della sindrome dell’impostore, è davvero difficile per me raccontarti chi sono secondo parametri standard. Ma posso garantirti che sono una persona trasparente, per cui credo che sarà più semplice capire leggendo gli articoli che pubblico qui con molta, moltissima, parsimonia.