Stamattina sono andato fare il test per il Covid-19. Sono entrato in contatto con una persona che è risultata positiva e, sebbene io non abbia sintomi, ritengo sia saggio farlo. Ho scelto una struttura privata per procedere velocemente ma anche perché non voglio contribuire all’intasamento del SSN.

Al termine del prelievo la giovane infermiera ha sottolineato che quando mi avrebbero comunicato i risultati avrei dovuto fare attenzione perché «assente» significa che il virus non c’è, mentre «presente» vuol dire che c’è.

Confesso di averla guardata con un’espressione a metà tra: «Perché mi tratti come un cretino?» e: «OK, ci deve essere un motivo per cui sei obbligata a esplicitare l’ovvio…». Il motivo c’è, la ragazza mi ha spiegato che è capitato che persone chiamassero la struttura in ansia perché interpretavano la label «assente» come se fosse riferita al documento del propio esame: assente nel senso che non si trova il referto. Non ridere. L’ansia è una brutta bestia.

Negli anni ’80 ero adolescente, e quando scoppiò l’epidemia di HIV una delle cose che saltava subito all’occhio era la difficoltà della comunicazione, qualcuno ricorderà la pubblicità stigmatizzante, quella dell’alone attorno agli infetti. Vergognosa. Insomma quando si architetta l’informazione sulle epidemie, è come camminare in un campo minato. All’epoca feci il test e ricordo l’ansia che cresceva mentre aspettavo l’esito. L’esito veniva comunicato con le etichette «positivo» o «negativo», intese come il risultato della ricerca di specifici anticorpi nel sangue. Col senno di poi ci rido sopra, ma dovetti farmi spiegare più volte che «negativo» significava che andava tutto bene. Infondo quando una cosa è positiva non significa che sei a posto? Ansia 1, Semantica 0.

Tutto sommato credo che affermare che un virus o un anticorpo sia «assente» o «presente» è un bel passo avanti lessicale rispetto a comunicare l’esito «positivo» o «negativo» di una ricerca. Anche perché, secondo me, riduce la possibilità dello stigma: «sei positivo» (o «sieropositivo») è una frase che fa ancora paura, ma non riesco a immaginarmi un «sei Covid presente». Anche se non c’è limite alla capacità umana di produrre strumenti culturali per la discriminazione.

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