La cultura della cancellazione è definita come l’ostracismo nei confronti di una persona e delle sue eventuali opere, in molti casi una celebrità ma non necessariamente, come risposta a un comportamento o all’espressione di un pensiero ritenuto inaccettabile. Il boicottaggio avviene attraverso campagne (sui social media, nei media tradizionali o manifestando) il cui scopo è fare pressione su un’istituzione o un’azienda privata per fare in modo che questa persona sia sanzionata. Come è facile immaginare, le controversie generate da questa cultura (presunta o reale che sia) riguardano la libertà di parola e l’espressione pubblica del proprio pensiero quando è percepito da qualcuno come dannoso o irricevibile, sia dal punto di vista etico sia da quello psicologico ed emozionale 1.

Per capire il fenomeno ci si deve astrarre dall’uso del termine che si fa in Italia. Da noi è sovrapposto maldestramente al discorso sul linguaggio politicamente corretto, che è altro. Negli USA l’idea della cultura della cancellazione è usata strumentalmente dalla destra per ribaltare la narrazione politica: nella visione conservatrice l’ostracismo, anche quello nei confronti di persone indifendibili, diventa un attentato alla libertà di espressione. Ma il fenomeno è criticato per lo stesso motivo anche da sinistra. Interessante, a questo proposito, la lettura della lettera aperta sulla libertà di parola firmata da 152 intellettuali e pubblicata da Harper’s Magazine nel 2020. Mentre la strumentalizzazione del tema da parte della destra si può comprendere molto bene leggendo alcuni articoli del network americano conservatore Newsmax. Un recente articolo di Politico chiarisce come ormai tutto sia cancel culture e quindi niente lo è veramente:

Indiscriminate use of the C-word has become a regular part of American life. But its malleability, and the haziness about the difference between “cancellation” and plain-old criticism or consequences, gives it a whiff of sloganeering meaninglessness: “Cancellation” can be anything, and therefore nothing.

How Everything Became ‘Cancel Culture’, Politico, 06/05/2021

Io credo che la responsabilità rispetto a ciò che si fa e ciò che si dice, sia dentro sia al di fuori delle prescrizioni della legge, sia un principio fondamentale. Ci sono azioni e parole che non sono in nessun caso perdonabili (o, perlomeno, che io non perdono). Ho molti dubbi, però, sull’accanimento nei confronti di chi ha sbagliato e, nel caso del carcere, di chi ha pagato il suo debito. L’umanità di una persona non può essere ridotta a un singolo episodio negativo. Questo non significa che dobbiamo necessariamente porgere l’altra guancia (un principio che non mi ha mai convinto), ma piuttosto elaborare le emozioni e cercare di essere il più possibile razionali. Qualche volta ci riesco. Giusto qualche volta.

È illusorio pensare che i tratti distintivi della personalità, le credenze e tutto ciò che determina l’identità di una persona siano immutabili, delle costanti nel tempo. Non ha alcun senso. Per accorgersene basta pensare a sé stessi in diverse fasi della vita. Quante stupidaggini abbiamo fatto, e detto? Bisogna sforzarsi di sospendere il giudizio ogni volta che farlo è la cosa giusta.

Ho molti dubbi anche sull’onestà intellettuale di chi, di fronte alla manifestazione di un’opinione che non condivide, la attacca con un bombardamento di stereotipi del tutto analoghi a quelli contro i quali dichiara di combattere. Uno stratagemma dialettico molto comune nei social media, che riduce ogni discorso a una sola dimensione, rendendo sterile qualsiasi scambio.

Note

  1. Per approfondire, leggi questo interessante articolo di Wired.
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