In Italia, il telelavoro non diventerà mai virale

In questi giorni stiamo vivendo le conseguenze della fobia da COVID-19: riunioni di lavoro annullate, scuole e uffici chiusi, mascherine, disinfettanti ecc. Tra le soluzioni temporanee emerse per non contaminarsi c’è il telelavoro. Ne scrivevo provocatoriamente su LinkedIn qualche giorno fa, dopo aver letto alcuni post auto-celebrativi di top manager che si vantavano di averlo concesso. Ecco il testo:

Ma sul serio c’era bisogno di un’emergenza virale, reale o esagerata che sia, per capire che, per i knowledge workers, la presenza in ufficio a scaldare sedie non ha alcuna correlazione con la produttività? Sul serio ci tocca leggere di manager che si vantano di aver concesso il lavoro da casa? Come fosse filantropia? Sono decenni che combattiamo contro le riunioni inutili, il micromanagement, lo strato costosissimo di middle-manager senza un perché, l’insostenibile stupidità dell’open-space … e ora si svegliano. Ho il sospetto però che, finita l’emergenza, tornerà a regnare la liturgia del milanese imbruttito.

Leggi il post originale.

Tra i commenti ricevuti, uno in particolare mi ha colpito in quanto, per me, rappresenta la sintesi della peggior cultura manageriale italiana. Per cui credo valga la pena di approfondire l’argomento.

Prima che i leoni da tastiera si scatenino, bisogna fare qualche premessa:

  1. Il telelavoro non è per tutti. È banale, ma c’è sempre qualcuno che crede che ci si riferisca a qualsiasi professione o a qualsiasi ruolo quando si parla di remote work. I destinatari del telelavoro sono solo quelli che non hanno bisogno di un luogo specifico per svolgere le loro mansioni. Se fai il panettiere o il pilota d’aeroplano, per esempio, per ora (in futuro chissà) non puoi lavorare da remoto.
  2. Io lavoro da circa tre anni completamente da remoto, per cui sì, posso permettermi di parlarne, sia nel bene che nel male, con maggior cognizione di causa di chi non ha mai fatto questa esperienza, inclusi quelli, tra i miei colleghi, che non lavorano da remoto.
  3. Il lavoro da remoto ha molte declinazioni, per esempio puoi lavorare completamente da casa, oppure puoi lavorare negli spazi di co-working mentre ti muovi da una città a un’altra, oppure in parte presso il cliente, in parte presso le sedi della tua azienda ecc. Si parla anche di lavoro agile, o di smart working distinguendolo dal telelavoro. Personalmente credo che etichette come queste siano fuorvianti, frutto dei disastri dell’epoca renziana e francamente mi ricordano più il marketing che la sostanza (se c’è un modo di lavorare smart cosa significa? Che tutti gli altri approcci sono dumb?). Per questo, tra le svariate definizioni che circolano, preferisco quella di Matt Mullenweg (CEO di Automattic): lavoro distribuito.
  4. Per poter anche solo parlare di lavoro distribuito è necessario un salto culturale condiviso da dipendenti, manager e proprietà. Se manca la cultura, è inutile discutere. Se pensi, cioè, che far timbrare un cartellino a un essere umano e chiuderlo in una stanza senza finestre sia un modo intelligente per organizzare il lavoro, allora non abbiamo nulla da dirci. Per chiarire, l’esempio del gruppo di creativi chiusi in una stanza senza finestre non me lo sono inventato: l’ho visto con i miei occhi, circa quattro anni fa, nella sede milanese di una delle più grandi e blasonate multinazionali.

Ma torniamo al commento. Questa persona risponde al mio post dicendo in sintesi che io dovrei stare al mio posto da brava pecora e che se volessi parlare di organizzazione del lavoro e libertà dovrei prima licenziarmi e diventare imprenditore, altrimenti zitto e obbedire, ché io che ne posso sapere.

Ora, anche se io non avessi avuto in passato un’esperienza imprenditoriale in tempi in cui lo startuppismo e il ceoismo non esistevano ancora, e anche se non fossi uno che il lavoro distribuito lo pratica da anni con successo, e anche se i miei attuali datori di lavoro non fossero imprenditori illuminati, le parole di quel commento sarebbero ugualmente scemenze.

Una dialettica del tipo “puoi parlare di qualcosa solo se sei quel qualcosa” è fallace a livello di logica elementare, e non vale la pena di sprecare tempo nel dimostrarlo.1 Insomma un’argomentazione infantile che racconta la cultura di chi la afferma, piuttosto che porre una seria critica alle mie affermazioni (che di certo non sono verità assolute, quindi possono eccome essere criticate, ma con argomentazioni serie).

Il motivo per cui ne scrivo, quindi, è che questo commento mi ha umanamente rattristato, perché mi ha dato una visione desolante delle idee che si annidano nella testa degli imprenditori (o dei CEO) meno evoluti.

Il tema della libertà, che per me, sia chiaro, non significa mettere un tavolo da ping-pong in ufficio o avere le ferie illimitate in stile Silicon Valley, è essenziale per la produttività, è strategicamente vincente. La libertà di esprimersi in un clima sereno, senza militarismo, e di essere rispettati come esseri umani e come professionisti è fondamentale. Bisogna emanciparsi da una visione del lavoro obsoleta e fallimentare, in cui si pensa che la produzione delle idee — perché io parlo dei knowledge workers, cioè delle persone che vendono le proprie idee — sarebbe facilitata dalla costellazione di funzioni aziendali e filtri inutili tra chi prende le decisioni e chi detiene il vero potere, quello del saper fare. Quando chi decide e chi sa fare si parlano senza intermediazioni, si spalancano possibilità infinite.

Ciò di cui i CEOini non si rendono conto è che è in atto un cambio di paradigma rispetto alla definizione stessa del significato del lavoro, figuriamoci la sua organizzazione. Il fordismo è finito, fatevene una ragione. Le persone che sono davvero motivate e competenti (quindi escludo arrivisti, fancazzisti e maratoneti della pensione) si comportano già come imprenditori e non come dipendenti (nel senso di “dipendere da”), e hanno a cuore l’evoluzione e la salute dell’azienda per cui lavorano, sono felici di lavorare per uno scopo condiviso.

Ma se tu prendi queste persone consapevoli ed entusiaste e le imbrigli in una struttura gerarchica nazi-fascista, perché così ti hanno insegnato o perché glorifica il tuo ego, realizzi la profezia del tuo fallimento, perché o sei un vero genio e la tua idea imprenditoriale ha una tale forza da controbilanciare la tua stessa carenza umana e gestionale, o, a lungo termine, resterai con un pugno di mosche in mano. La verità, purtroppo, è che tutti si credono dei geni quando aprono un’azienda, ma ecco una notizia: nel definire la propria genialità, l’opinione di mamma non conta, spiacente.

Quindi la domanda che ci si dovrebbe porre è se in un mondo in cui le professioni legate alla conoscenza, stanno convergendo tutte verso il pensiero creativo e laterale, verso l’ideazione e in cui il vero valore delle aziende sono le persone e la loro capacità di gestire autonomamente la complessità e il cambiamento, abbiano ancora senso strutture aristocratiche, burocratizzate e basate sulla territorialità, sulla fisicità di una sede in cui inquadrare i dipendenti come mandrie di bovini al pascolo. Secondo me, no. Perché creare un sistema autopoietico negativo tra dipendente e datore di lavoro è stupido. Cari amici CEO o imprenditori: se tratti una persona come una pecora, questa persona diventerà una pecora. Allora ponetevi una semplice domanda: una pecora è davvero utile al mio business?

Il discorso, però, va oltre i vantaggi o gli svantaggi del lavoro distribuito. Perché è chiaro che ci sono anche degli svantaggi: minore socializzazione e confronto, maggiore solitudine, la mancanza di separazione tra la propria vita e il lavoro ecc.

Il tema qui è molto più profondo e riguarda quale idea di umanità hanno gli imprenditori e i manager che continuano a comportarsi come se il potere sugli altri fosse il fine.

Per questo, quando leggo questi commenti, penso, tra le molte altre cose, che in Italia il telelavoro non diventerà mai virale finché una certa classe manageriale non si evolverà o non si estinguerà.

Note

  1. Per i pigri: se fosse vero la maggioranza dei docenti delle facoltà di economia e dei giornalisti economici dovrebbe tacere, non essendo imprenditori, o, per fare un altro esempio, nessuno psichiatra che non sia anche psicotico, dovrebbe permettersi di parlare di psicosi.

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