«Italiani brava gente», si diceva dopo la seconda guerra mondiale. Un mito ovviamente. Non siamo per nulla brava gente, perlomeno non più di altri popoli. Il tema del razzismo in Italia è ampiamente sottovalutato, se non rimosso. C’è ancora in molti l’illusione che sia un problema altrui. Eppure basta studiare la nostra storia coloniale o pensare a come l’immigrazione sia stata gestita negli ultimi due decenni per avere qualche dubbio.

La parola “inclusione” oggi è una buzzword, un po’ come “innovazione” o “sostenibilità”, tutti ne parlano nel mondo aziendale, ma non sono certo che tutti sappiano di cosa parlano. in Italia, il numero di micro imprese, cioè quelle con meno di 10 dipendenti, rappresenta il 95% del totale e impiega il 45% dei lavoratori. Se aggiungiamo le piccole imprese, dai 10 ai 49 dipendenti, è coperto quasi il 100% del totale e oltre il 60% dei lavoratori. In uno scenario del genere è difficile pensare che esistano funzioni aziendali e policy di Diversity & Inclusion strutturate come accade nelle aziende più grandi. In questo ecosistema locale, l’inclusione rischia di essere una chimera anche se, ovviamente, esistono esperienze positive.

Ci siamo conosciuti in una delle rare occasioni in cui sono nate quelle che definirei affinità elettive tra il fornitore e l’intero team del cliente. Ci racconti qualcosa di te e della tua storia professionale?

La prima domanda che mi si fa è “di dove sei?” — le persone non si rendono conto di quanto possa essere personale e a volte anche un po’ offensiva: si parte dal presupposto che non ci sono neri italiani, ecco. 

Nel mio caso è giusto solo in parte: sono nata a Lisbona, mia madre è mozambicana e mio padre è italiano. Ho vissuto fino ai 18 anni in Mozambico e poi mi sono trasferita a Roma per l’università. 

Ho una laurea magistrale in Scienze della Comunicazione. Perché? Mi piace leggere, viaggiare, sono estremamente curiosa e sono fan della cultura pop in generale. Volevo solo approfondire alcuni aspetti apparentemente casuali del nostro modo di presentarci e anche di essere. 

Ho finito qualche mese fa un Master in Customer Experience perché intuivo che mi avrebbe aperto un’altra porta e così è stato. Con la Laurea ho imparato ad “indurre” dei desideri ma con il Master ho imparato a capire come scoprirli. 

Tralascio i lavoretti che ho svolto durante gli studi: soprattutto grazie all’università ho potuto lavorare in segreterie amministrative e organizzazione di eventi. Dopo ho lavorato per una casa di produzione di musica lirica e alla fine della laurea è arrivata la chiamata che ha cambiato la mia vita lavorativa per sempre. Nel giro di un mese e dopo 3 colloqui, mi sono trasferita a Milano. 

Lavoravo per una multinazionale francese dell’edilizia e mi occupavo di comunicazione digitale; non mi bastava e ho deciso di accettare la proposta di una start up spagnola nel mondo dell’abbigliamento. Sono diventata la Communication Manager per l’Italia: ho aperto gli uffici, contattato influencer e organizzato eventi in tutta Italia finché… non mi hanno lasciato a casa dopo 7 mesi. Non sono stata l’unica (l’azienda ha chiuso in Italia) ma ha distrutto il mio ego — allora non bastava essere brava in quello che facevo? 

Disoccupata e con poca autostima ho deciso che era il momento di sporcarmi le mani nel mondo delle agenzie — fatto di tante ore di lavoro, paga bassa, bei progetti e poche gratificazioni. Il risultato: a livello professionale sono diventata molto più esperta; a livello personale ho smesso di avere paura. 

Finalmente sono arrivata dove ci siamo conosciuti: un contesto decisamente atipico per una azienda e per questo così interessante. Mi sembrava il posto giusto per continuare a coltivare la mia curiosità ma con condizioni di vita migliori. E non si parla solo di stipendio ma anche della possibilità per esempio di andare in maternità senza problemi. 

Voglio concludere con una nota curiosa: in tutte le esperienze lavorative, sono sempre stata l’unica nera. Almeno in Italia.

Oggi in Italia si parla sempre più spesso di inclusione di genere e iniziano i primi, secondo me timidi, tentativi di affrontare il tema della discriminazione legata al colore della pelle o all’appartenenza etnica. Qual è la tua opinione in merito?

L’inclusione è inevitabile, nonostante tutti quelli che si oppongono.

Stiamo passando da un momento di appropriazione (che è molto legato agli stereotipi, si pensi alla famosa “black face” o ai “costumi da indiani”) ad un momento in cui sarà chiesto a tutti di capire l’altro: le sue origini, il suo passato, i suoi desideri, quello che è e che vuole diventare. 

Non è facile soprattutto in un paese come l’Italia che secondo me, da questo punto di vista, deve lavorare tantissimo. 

C’è una grande maggioranza di “indifferenti” che vivono e lasciano vivere; ci sono quelli che prendono posizione soprattutto all’interno della propria cerchia personale per aiutare gli altri a capire che i punti di vista del mondo sono tanti; c’è la categoria del “finché non mi fanno niente”; ed infine ci sono quelli che non si risparmiano e attaccano direttamente tutti quelli che considerano diversi. 

Il razzismo è tutto: politica, usi e costumi di una società e ha ricadute su tutti gli “scomparti” della nostra vita. Il razzismo è anche sessualità — il modo in cui le donne nere sono viste da una età in poi è diversa. Se andiamo indietro di un po’ di tempo, penso a Indro Montanelli e oggi penso al catcalling alle ragazzine di 12/13 anni.  

Il privilegio “bianco” è reale e il fatto di avere la pelle di un colore diverso cambia (purtroppo) il modo in cui gli altri ti vedono e cosa si aspettano. Il risultato? O sei un po’ fortunato e lavori 3 volte tanto per ottenere qualcosa che per qualcun altro è molto più facile. Altrimenti, diventi la copia vivente degli stereotipi. 

Dirò una cosa molto controversa ma è una convinzione che ho maturato con il tempo: il lavoro più grande lo devono fare “i bianchi” — devono informarsi, apprendere e capire l’entità del proprio privilegio per poi essere parte del cambiamento in tutti gli aspetti delle proprie vite. E non basta partecipare a qualche manifestazione #BlackLivesMatter o avere “amici neri” — devono cercare di capire effettivamente come i loro atteggiamenti e il loro modo di pensare e di parlare può contribuire a quella famosa ed inevitabile inclusione.

Che consigli daresti ai giovani che desiderano lavorare nel mondo della comunicazione?

Qui sarò più breve perché credo in pochi consigli ma chiari:

  • Leggete tanti libri. I post su Facebook non bastano, nemmeno le caption su Instagram. I giornali vanno bene ma non sono sufficienti. La differenza tra parlare e comunicare è la padronanza della lingua — l’unico modo per averla è leggere.
  • È importante essere curiosi. Il mondo della comunicazione è legato agli usi e costumi della nostra società — se non sai cosa succede fuori dal tuo guscio al cinema, i cantanti più in voga, i posti più in interessanti è difficile usare queste informazioni per comunicare in modo efficace.
  • Trova una valvola di sfogo. Lavorare in questo settore può essere molto stressante: è importante trovare un modo per scaricare la tensione e sentirsi meno “connessi” con il mondo. Ognuno deve trovare il suo ma ci sono tanti: sport, yoga e meditazione, un hobby completamente diverso dal proprio lavoro.
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