Se si pensa alla complessità delle nostre città e alle abilità fisiche, sensoriali e cognitive necessarie per orientarsi al loro interno, è chiaro quanto sia importante il tema dell’accessibilità urbana. Siamo ancora molto lontani da un mondo privo di barriere architettoniche, cognitive, sensoriali e culturali. L’autonomia di trasporto, per fare solo un esempio, è uno dei percorsi formativi basilari che devono affrontare i giovani con disabilità sensoriale, motoria o cognitiva. Sarebbe però un errore considerare architettura e urbanistica come ambiti privi di relazione con il mondo digitale. 

Oggi è difficile immaginare prodotti o servizi che non facciano parte di un ecosistema digitale, come minimo quello della comunicazione. Vale anche per le città e la configurazione degli edifici e degli spazi di interazione sociale che le costituiscono. Luoghi in cui lo spazio fisico ha, concretamente o potenzialmente, un’estensione digitale. Per questo progettare l’architettura dell’informazione di un prodotto o di un servizio richiede competenze orizzontali e pensiero laterale. Non è un caso che nel contesto del marketing sia emerso il neologismo phygital come sintesi di queste esperienze pervasive in cui fisico e digitale sono aspetti complementari.

Eppure siamo abituati a lavorare a compartimenti stagni. Così, per esempio, chi si occupa di accessibilità digitale conosce poco o nulla di quella urbana. Ho contattato Stefania dopo aver scoperto il suo libro, “Città inclusiva e senza limiti. Progettare luoghi per le persone nella società contemporanea“, chiedendole la disponibilità per una breve intervista, eccola!

Ci racconti qualcosa di te e del progetto che ha dato origine al libro?

La pubblicazione di questo libro arriva dopo un percorso di ricerca molto articolato, non solo di ricerca accademica, ma anche personale dove la lettura dei miei interessi e della mia “vocazione” da architetto (in realtà, sempre più urbanista) si è fusa con un’attenta lettura della società e dello spazio/ambiente che abitiamo.

Fin dalla mia tesi di Laurea Specialistica in architettura (parliamo del 2010) ho scelto di approfondire il tema della progettazione partecipata in ambito urbanistico, proprio perché mi sembrava la sintesi del ruolo sociale che il progettista potesse ricoprire tenendo insieme la passione per la propria professione, il bene comune e l’ascolto delle necessità di una società in continua evoluzione. Bene, credo che il tema della partecipazione dei cittadini nei processi di trasformazione urbana, intesa soprattutto come coinvolgimento nelle varie fasi di progetto sia centrale e che nel tempo stia assumendo sfumature differenti da cogliere (penso soprattutto alla user experience declinata in “versione urbana”).

Dalla mia passione per il “fare architettura” e dalla mia propensione al prossimo, alla collettività a ragionare in ottica di bene comune, ho fatto mio il tema dell’accessibilità urbana (che prima del 2017 non avevo mai indagato, se non nella minima misura prevista dalle norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche). Cos’è successo nel 2017? Ho vinto un bando per un assegno di ricerca al Politecnico di Milano per sviluppare il tema della città inclusiva e senza limiti e proporre un progetto per la città di Mantova. Poi, per tre anni ho avuto il piacere di indagare il tema della città accessibile e inclusiva che all’inizio ha rappresentato l’accettazione di una nuova sfida, e successivamente è diventato una sorta di “filtro” attraverso cui guardo la realtà (o meglio, lo spazio) che mi circonda. Ciò che mi ha più entusiasmato in assoluto è stato scoprire che accessibilità e inclusione si alimentano a vicenda e che contribuiscono direttamente a migliorare la qualità della vita pubblica delle persone nell’ambiente urbano.

Nel 2018 poi ho frequentato una Masterclass presso lo Studio “Gehl – Cities for people” a Copenaghen che mi ha definitivamente illuminato! Fino ad allora ero abituata a studiare lo spazio pubblico dal punto di vista architettonico (volumi, materiali, composizione, funzioni, collegamenti) mentre durante il corso ho appreso come studiare la “vita pubblica”, vale a dire, le interazioni, i movimenti e i percorsi preferenziali delle persone all’interno degli spazi pubblici (l’esperienza utente, appunto). Una piccola-grande “rivoluzione” che mi ha portata a considerare nuovi aspetti nella mia ricerca e a porre l’accento sulla dimensione umana dello spazio sia in fase di analisi che in fase di progetto.

Durante questo percorso ho capito che nella disciplina dell’urbanistica non c’è solo una dimensione regolativa (legata alla pianificazione dei grandi piani regolatori) ma c’è spazio per riflessioni sociali e umane, c’è spazio per interrogarsi e attivarsi per rendere le città più a misura di persona e ho capito che è possibile farlo solo integrando lo sguardo tecnico ed esperto col punto di vista di chi vive gli spazi della città (si parla infatti di “city at eye level”). Questo fino a scoprire che occorre anche “indossare i panni degli altri” e percorrere la città bendati ad occhi chiusi lasciandosi guidare da una persona cieca oppure sedersi su una sedia a ruote o girare con un deambulatore. In tre anni ho conosciuto molte persone e associazioni che mi hanno guidato all’interno delle tante sfumature (e necessità) che esistono quando si parla di accessibilità, ho condiviso la mia passione per il tema con tanti studenti e laureandi, ho partecipato a seminari e convegni, ho organizzato un evento a Mantova con esperti ed associazioni e infine mi sono cimentata con la scrittura (del libro) per mettere in fila le idee e le riflessioni maturate provando a trarre delle conclusioni capaci di aprire prospettive future.
Ho scoperto che accessibilità e inclusione fanno parte di un approccio integrato che la progettazione è chiamata ad assumere come punto di partenza non tanto come finalità ultima. Questo perché, quando si progetta per migliorare l’autonomia e la partecipazione delle persone più fragili, allora lo si sta facendo tutti, perché tutte le persone, alla fine, ne beneficeranno.

Copertina del libro Città inclusiva e senza limiti. Progettare luoghi per le persone nella società contemporanea

Ecco come è nato il libro “Città inclusiva e senza limiti. Progettare luoghi per le persone nella società contemporanea”: un testo che rappresenta la restituzione di un progetto di ricerca molto articolato e allo stesso tempo, un percorso di crescita molto affascinante insieme alla voglia di condividere le prospettive umane e umanizzanti della città del futuro.

Io credo che il confine tra accessibilità urbana e digitale sarà sempre più labile, considerando sia l’ecosistema iperconnesso in cui viviamo sia la progressiva dematerializzazione o ibridazione fisico-digitale di molti servizi. Qual è la tua opinione?

Questione molto interessante, questa, che da architetto mi fa pensare subito all’ambiente per eccellenza su cui conduco le mie ricerche e in cui intervengo con progetti che mirano a trasformare e migliorare la qualità della vita delle persone: la città. La città fatta di edifici, di strade, di piazze, di monumenti, di parchi, ecc. mi rimanda ad una dimensione principalmente fisica e tangibile. L’ambiente in cui viviamo è una realtà fatta di volumi che determinano spazi pieni e vuoti, di una rete di percorsi che ci portano da una parte all’altra (fatti di pavimentazioni discontinue, con alti e bassi, non semplici da percorrere), di relazioni con le altre persone e con i luoghi, con l’eredità del passato e con le sfide future. La città è fatta di luoghi che ci attirano e fanno stare bene ma anche di posti angusti che ci allontanano o ci fanno provare paura. La città è una realtà che coinvolge tutti i nostri sensi e, in prima battuta, ha poco della dimensione “virtuale”.

Però, i punti di contatto col mondo digitale sono tanti, multiformi e se ben integrati col mondo reale, possono di fatto migliorare l’esperienza degli utenti e quindi delle persone.
Credo dunque che ci siano diversi piani su cui possiamo sviluppare questo confronto.
Considerando l’accessibilità urbana come la facilità di uso e fruizione di spazi, servizi, attività e quindi come all’assenza di barriere che impediscono o inibiscono le persone nell’esprimere il loro potenziale e raggiungere i loro obiettivi, credo che vi siano molte similitudini col mondo digitale che sì, semplifica molti processi e avvicina le persone, ma può anche creare un effetto di inadeguatezza se non correttamente progettato. Un primo esempio di “esperienza amplificata” che mi viene in mente è il progetto LETIsmart che permette ai cittadini con disabilità visiva e motoria di riconquistare spazio ed autonomia nel muoversi nella città. Si tratta di un sistema facilmente integrabile con strumenti già in uso quali pavimentazioni e mappe tattili, bastone bianco e cane da guida. Questo sistema è in grado di “comunicare” con l’utente attraverso un messaggio vocale quando si trova in prossimità di una fermata dell’autobus, di un monumento, ecc., per cui restituisce un feedback sonoro che rassicura e informa. Si aumenta così l’interazione col contesto, coi mezzi di trasporto, i segnalatori di traffico o le attività culturali e commerciali e si aumenta l’autonomia delle persone con disabilità visiva.

Un altro piano su cui accessibilità urbana e digitale si incontrano è il processo di progettazione volto agli interventi di adeguamento o nuova realizzazione di spazi pubblici. Dall’analisi dello stato di fatto dell’area su cui si vuole intervenire, al rilievo della stessa, fino alla sua progettazione architettonica, la tecnologia digitale accompagna il professionista. Questo per esempio potrebbe dapprima analizzare l’area di intervento definendo un “livello di accessibilità” appuntando note e osservazioni in mappe georeferenziate, poi potrebbe rilevare volumi e materiali con un laser scanner capace di ottenere una nuvola di punti che gli servirà per creare un modello BIM (Building Information Modeling), vale a dire un modello 3D integrato con i dati fisici, prestazionali e funzionali dell’oggetto rilevato. Infine, si progetta l’intervento disegnando sul modello digitale per verificarne la correttezza normativa, per immaginarsi il suo inserimento nella realtà, per definire quantità, costi e tempi di realizzazione.

Poiché l’accessibilità urbana non è solo l’abbattimento delle barriere architettoniche ma comprende un concetto più ampio di inclusione, pensiamo all’intero processo progettuale e alle occasioni di confronto e arricchimento che possono derivare dal coinvolgimento attivo di più persone nella definizione delle esigenze, degli obiettivi e delle progettualità da mettere in campo. Nel mio libro ne parlo quando sviluppo un metodo per ripensare al progetto per l’accessibilità. Individuo diverse fasi di progetto e ce n’è una che è la più iterativa fra tutte, il coinvolgimento dell’utenza, poiché permea diversi step di progetto. Bene, anche per il coinvolgimento delle persone la tecnologia digitale può venirci in aiuto e migliorare la partecipazione attiva. Si pensi anche solo a questi ultimi due anni di pandemia e alle opportunità di incontro e confronto (ovviamente virtuale) che abbiamo avuto: senz’altro abbiamo abbattuto molte barriere fisiche e temporali che ci hanno permesso comunque di essere vicini, sostenerci, esprimere opinioni, partecipare ad iniziative, ecc., restando al sicuro nelle nostre case.

Oggi addirittura stiamo assistendo alla nascita del Metaverso di Mark Zuckerberg, una visione ancora più illimitata di spazio e possibilità.
Mi piace riprendere le parole di Elena Granata (Professore associato in Tecnica e Pianificazione Urbanistica al Politecnico di Milano) che nel suo libro “Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo” si chiede se un mondo sempre più digitale accresca oppure contragga la nostra intelligenza connettiva? Le smart city, ovvero le città a forte componente digitale, aumentano o riducono la nostra esperienza dei luoghi? Addirittura, si potrebbe arrivare a pensare che se le tecnologie sono troppo user friendly possono da una parte ridurre le nostre difficoltà, ma dall’altra, rischiano di intorpidire. Ci dicono quale sia la strada più breve ma non ci inducono davvero a orientarci nello spazio, a creare connessioni (e legami/relazioni), ci distraggono dai luoghi, impegnano le nostre teste. È chiaro che sono utili e non possono mancare, ma forse non bastano. Una tecnologia che coordina e non riduce le nostre possibilità, invece, ci aiuta a prendere decisioni e diventa fonte di apprendimento.

Credo che il rapporto tra digitale e fisico sia sotto i riflettori e sia oggetto di confronto sia in ambito professionale che accademico, per individuare una buona e utile interazione e integrazione tra i due. La domanda mi ha incuriosito parecchio e mi ha spinto ad approfondire l’argomento più di quanto avessi già fatto in precedenza, vorrei però ricordare che siamo ben lontani dall’aver risolto problemi fisici e spaziali che non ritengo possano essere risolti a livello digitale. Molte persone infatti, ad oggi, non hanno la possibilità di entrare in qualsiasi negozio o bar, non trovano servizi igienici realmente accessibili sia nei luoghi pubblici che nelle attività ricettive, se devono prendere un mezzo pubblico devono prenotare con giorni di anticipo, o addirittura appena usciti di casa si trovano in balia di marciapiedi sconnessi, troppo stretti e talvolta con rampe di discesa pericolose o sporadiche e senza indicazioni tattili.

Ok lo sviluppo dell’accessibilità urbana digitale, ma assolutamente integrato e in concomitanza con quello dell’accessibilità fisica.

Che consigli daresti ai giovani interessati all’architettura ma anche all’inclusione nel senso più ampio del termine?

L’architettura e l’urbanistica sono discipline estremamente legate al modo di vivere delle persone e della società intera per cui sono pensate per rispondere alle mutevoli esigenze che nel tempo cambiano e si trasformano. Sono inoltre chiamate a evolversi, arricchirsi, interrogarsi sul proprio senso e sulla propria forma. Per me l’architettura è sempre stata un’arte molto concreta perché mette insieme ingegno, creatività, lavora coi materiali, costruisce ed esplora. È sempre stato così e lo sarà ancora, per cui, ben vengano giovani che abbiano voglia di immaginare un futuro diverso e attivarsi concretamente per cambiarlo!

Un invito che faccio sempre, quando mi rivolgo ai ragazzi che stanno per scegliere in che università iscriversi e che percorso intraprendere, è quello di seguire le proprie passioni e non guardare al “lavoro che mi permetterà di guadagnare di più” perché la strada dell’università mette a dura prova, richiede impegno, sacrifici e determinazione. E se si sceglie un indirizzo che ci attrae e ci stimola, allora il gioco è fatto perché si affronteranno gli impegni con entusiasmo desiderosi di imparare e crescere.

Poi suggerirei di allenare lo sguardo a vedere le potenzialità inespresse che possiamo scorgere intorno a noi. In fondo, il progetto è proprio questo: guardare a ciò che è presente oggi con una prospettiva futura capace di immaginazione per definire uno scenario diverso, rinnovato, più attrattivo, più bello per tutti. La creatività ci aiuta a trasformare una difficoltà in opportunità, ci spinge ad avventurarsi in territori sconosciuti, a generare opzioni e trovare nuove soluzioni. I giovani hanno una grande capacità di sognare e desiderare un futuro migliore, si attivano e cercano di smuovere le coscienze anche dei più adulti. Questa energia può essere incanalata anche nel percorso universitario! Ma, la vera domanda è “come lo vogliamo questo futuro”? Con le grandi sfide che ci troviamo ad affrontare oggi dell’emergenza climatica, del consumo di suolo, della pandemia globale… quale futuro sogniamo per noi e per gli altri? Renzo Piano, in una lezione magistrale al Cersaie nel 2009, disse che «fare architettura significa costruire, non solo disegnare, ma realizzare, lavorare sui materiali, ascoltare la gente e interpretare i loro bisogni per migliorare la loro vita e l’aspetto delle città. […] L’architettura non è infatti solo l’arte del costruire, ma di rispondere ai sogni della gente». Non dimentichiamolo, secondo me è una grande lezione.

Ultimo aggiornamento 24 Novembre 2021.

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