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Intervista a Nicola Palmarini. Umanità, tecnologia e innovazione

Dopo quella a Fabio Palombo, ecco la seconda intervista della serie. Anche in questo caso a rispondere è un vecchio amico. Conobbi Nic circa quindici anni fa e fui immediatamente colpito dalla sua empatia e dalla capacità innata di far emergere il meglio dalle persone, anche quelle con un pessimo carattere come me. Riassumere in due righe l’esperienza umana e professionale di Nic è impossibile, per cui mi limiterò a dire che, oggi, Nicola è Global Manager of AI for Healthy Aging all’IBM Research di Cambridge (USA).

Da sempre ti occupi di tecnologia da una prospettiva umana, in particolare toccando temi come l’inclusive design e la gender equality. Ci racconti il tuo ultimo progetto e la tua visione sul futuro?

Mi è impossibile parlarti di “un” progetto, preferisco raccontarti cosa stia dietro “ai” progetti. Ma qui devo avvisare il lettore di starmi a debita distanza, perché il mio metodo progettuale è faticosissimo e non so quanto replicabile.

Io non riesco a fare una sola cosa alla volta, devo vivere in un permanente stato di reciprocità delle cose, delle idee. Devo lasciare che si tocchino, si imbastardiscano, si sovrappongano. E poi, indipendentemente dalla mia volontà, maturino per quello che sono e saranno. Mi muovo in un magma di intrecci, di cose e idee, e tutte – anche se a chi non sta dentro la mia testa sembrano totalmente disgiunte – ecco io so che tutte vanno nella stessa direzione.

Se dovessi rappresentare questo caos con una immagine, mi viene in mente quel panorama che hai arrivando in treno nelle stazioni delle grandi città, dove c’è questo intreccio di tracce, di ferro, di binari che sembra una matassa inestricabile, ma poi ogni treno parte da un binario preciso e arriva a una destinazione precisa. Nel viaggio compie mille scartamenti, bypass, transizioni: tuttavia da là deve partire e là deve arrivare. Ecco, io parto e arrivo sempre dalle persone e da cose che hanno a che fare con le persone, persone che generalmente questa società fa fatica a vedere o che sono in uno stato di una qualche reale o presunta discriminazione (e qui capisci bene come io abbia una sorgente infinita di questioni di cui, nel mio piccolissimo, occuparmi).

Quasi sempre cerco di arrivare direttamente alla soluzione, parto sempre dalla fine, parto dal titolo che vorrei leggere sul giornale della storia di cui mi sto occupando e costringo sempre il mio team a fare questo esercizio a ritroso. Questa urgenza a me sembra indispensabile perché le persone in un qualche stato di sofferenza non hanno tempo da sprecare. Hanno bisogno di soluzioni, adesso. Che non vuol dire riuscire sempre a fare le cose nella frazione di tempo che avevi in mente. A volte un progetto ha bisogno di anni per vedere la luce. L’hai pensato troppo presto, le condizioni non erano quelle che avevi immaginato o semplicemente non era il momento. Mi piace pensarla così, “non era il momento”. A volte ho combattuto con tutte le mie forze per portare a casa nulla. E poi altre volte, come d’incanto, tutto si è sbloccato ed è filato come un ingranaggio perfetto. Il progetto è lo stesso, io sono lo stesso, solo il momento è diverso.

Partire dalle persone è cruciale, lo impari col metodo, certo, ma lo devi anche avere dentro, nelle ossa, nel tuo DNA. Col tempo ho scoperto di saper leggere piuttosto bene le emozioni delle persone perché ho imparato a farle mie. O forse così ci sono nato: le cose degli altri sono mie anche se non mi appartengono. Aggiungo “le cose” alle “persone” perché, per farti capire fin dove mi sono spinto, sto lavorando a un progetto per combattere la discriminazione verso l’obsolescenza degli oggetti, come se avessero un’anima. Che è legato al mio lavoro sull’esplorare gli effetti, sociali e personali, della solitudine verso la popolazione che invecchia, che è legato al lavoro sugli stereotipi legati all’età (in realtà un lavoro sul linguaggio della discriminazione legata all’età e localizzato in italiano dall’inglesismo “ageism” da cui il terribile “ageismo”), che è legato al lavoro con la start-up amazing.community di cui sono co-fondatore, sul come tutto questo impatti le donne prima di ogni altro, che è legato al lavoro del mio gruppo su come le tecnologie (prevalentemente IoT+AI) possano aiutare caregiver formali e informali (nella stragrande maggioranza donne, guarda caso) a rendere le persone sole più indipendenti e più connesse al tempo stesso.

Credo che il denominatore comune di tutto questo sia la parola “dignità”. La dignità ha a che fare in primo luogo con noi stessi, è qualcosa che dobbiamo al nostro sé, al nostro conscio e inconscio e con la quale ci confrontiamo quando siamo di fronte al nostro insindacabile giudizio su quale sia la nostra natura umana. È qualcosa per la quale ognuno di noi ha una propria definizione, ma di quella definizione, qualsiasi essa sia, ne conosce esattamente il senso profondo, senso che ha a che fare con la più intima felicità: prima individuale e poi sociale. Quando la dignità, nostra o di altri, viene lesa, noi lo sappiamo benissimo. È come se ci fosse un sensore: la sirena di allarme strilla quando la soglia viene superata. Lo sappiamo nel nostro intimo con una certezza assoluta perché è un confine ben segnato nella mappa della nostra geografia etica. Una delle poche cose di cui siamo certi nella vita. E la difesa di quel confine, qualsiasi esso sia e dovunque esso sia, va combattuta con tutte le nostre forze. Le nostre energie vanno messe lì. A me capita così, i progetti di cui mi occupo hanno in qualche modo, direttamente o indirettamente, sempre a che fare con questo. Per questo, per me, il futuro ha bisogno di tenere la dignità umana al centro di qualsiasi discorso.

Ad esempio la dignità di avere un lavoro (e una retribuzione) consona al ruolo personale e sociale di ciascuno: come è possibile immaginare un futuro senza una partecipazione femminile al disegno dello stesso? Ragazze e donne sono tagliate fuori da carriere che siano STEM o meno. Rientrare al lavoro dopo il parto (e sperare pure in una carriera) è una chimera. Avere capelli grigi e un 5 davanti all’età un killer. Essere donne e parlare di algoritmi sembra un’eresia. In Italia (in maniera drammatica) come all’estero: per dire – il numero di ingegnere laureate in computer science in USA è sceso dal 32% del 1990 al 25% del 2016.

O la dignità di essere riconosciuti come individui e non come cluster demografici: il fatto che si invecchi e la discussione si protragga tra sberleffi sulla disabilità degli ottantenni e il loro peso sulla società si associa a una specie di rassegnazione e di intruppamento verso l’attesa della morte. Dovunque si volga lo sguardo si fa una certa fatica a trovare qualcuno che consideri opzioni quali l’extra-longevità, la capacità fisica e intellettuale che ne deriva e la partecipazione attiva alle cose della vita come atti di rispetto della dignità. Io trovo non ci sia nulla di male nel lavorare fino a 120 anni se potremo vivere fino a 120 anni. Il riconoscimento della propria dignità e del proprio contributo alla società – guarda caso spesso attraverso il lavoro – è medicina più potente di qualsiasi farmaco.

O la dignità di essere riconosciuti fuori dagli stereotipi che la società in senso lato (quindi anche il potere, i consumi) ha codificato come “bello” e “perfetto”. Ognuno di noi, nei dieci centimetri quadri del proprio perimetro di relazione ha il dovere, ad esempio, di considerare chi non si riconosce nel binarismo di genere uomo-donna (per cui la questione di genere è ben più ampia dal solito refrain di cui discutiamo) o di fare proprie le esigenze di chi ha una disabilità di qualsiasi genere.

Questo oggi ha a che fare con un concetto più ampio che mi piace definire di dignità digitale e che ha preso una piega ormai epocale. Lasciami spiegare parlando per un attimo di accessibilità. Se nel mondo fisico, quello non comandato dai dati in cui vivevamo prima, era sufficiente (e qui “sufficiente” è già vasto come lo spazio infinito) lottare di piccone e ascensori e braille e linguaggio dei segni per permetterne l’accesso, con l’avvento del web prima e dell’intelligenza artificiale poi la faccenda ha assunto proporzioni universali. Il web ha moltiplicato ed espanso la discriminazione sia a causa delle interfacce su dispositivi sempre in evoluzione e sia a causa delle strutture dati sempre più arzigogolate, ma l’intelligenza artificiale ha in sé un fattore di discriminazione ancora più violento e, siccome – virtualmente – invisibile, ancora più subdolo. Perché se da un lato l’AI promette quello che tutti cerchiamo quando sviluppiamo soluzioni per l’inclusione, ovvero il conoscermi talmente bene da potermi proporre soluzioni per i miei bisogni e i miei desideri specifici che magari non so nemmeno ancora di avere, il rischio che si cela al suo interno è ancora indecifrabile. L’AI per funzionare ha bisogno di dati che la istruiscano. E i dati a disposizione oggi sono dati per lo più vecchi, provenienti dal passato e quindi farciti di stereotipi (giusto per citarne i due che ho menzionato prima: età e genere). Il classico esempio di Word2Vec, uno dei modelli relazionali più usati per ricostruire contesti linguistici tra le parole: Uomo=Re, Donna=Regina. Fin qui tutto bene. Ma se scrivevi Uomo=Dottore, fino a qualche tempo fa trovavi Donna=Infermiera. Chiaro? Se a questo aggiungi che chi si occupa di AI oggi sono per lo più o maschi WASP o, in maniera ancora maggiore, maschi educati dal sistema WASP, allora credo sia chiaro il punto.

Ritrovarci tra cinque, dieci, vent’anni a procedere a ritroso per provare a nuotare tra miliardi di algoritmi a cercare di correggere il tiro. Una impresa che sembra disperata già oggi e che va contro agli stessi principi di inclusive design che tutti diciamo di sostenere, ma che in pratica poi dimentichiamo di applicare. Chi oggi cerca di introdurre criteri di trasparenza, correttezza, accessibilità ed etica degli algoritmi lo fa nel tentativo di evitare tutto questo, nel tentativo di sparare un razzo di emergenza nella notte del dataismo più radicale.

Dovremmo poter accedere alle dinamiche degli algoritmi in modo da poter capire come una decisione, una raccomandazione, una indicazione siano state prese e comunicate. E forse ci arriveremo pure, ma il punto è: oggi allo stesso modo possiamo accedere all’EULA, ma chi la legge e, soprattutto, chi la capisce? Pensa interpretare la logica di un algoritmo! Manco se avessi Albert-László Barabási che ti fa ripetizioni private a casa lo capiresti! Per contrario, però, potremmo utilizzare la stessa AI per aiutarci a identificare le discriminazioni di cui sopra: un progetto a cui sto lavorando è quello di utilizzare tecniche di Machine Learning per identificare discriminazioni di età e genere presenti nelle offerte di lavoro. Il che dimostra ancora una volta come non esista un uso neutrale della tecnologia: siamo noi a darne il significato. E lo abbiamo scoperto nero su bianco con i recenti casi di Cambridge Analytica e Facebook.

Tra la condivisione di un gattino e l’altro qualcuno si è preso la briga di dimostrare quanto sia labile la nostra privacy sfruttando la nostra stessa anima sociale. Come dice fin troppo bene Michael Ventura:

A livello individuale, l’ambiente elettronico contemporaneo sembra esserci piombato addosso. A livello collettivo invece, siamo noi che abbiamo creato questo mondo. E, sia individualmente che collettivamente, abbiamo accolto con entusiasmo ogni singola manifestazione che ha creato il presente: il motore a combustione interna, le lampadine, il cinema, la radio, la televisione, i computer, i cellulari, i vari device, i giochi, le app – tutti i mattoni della vita contemporanea sono stati sfruttati dovunque nel mondo in tutte le loro manifestazioni. Non basta incolpare di ciò il capitalismo o il consumismo. La vera e propria foga di stringere il mondo nell’abbraccio di questa tecnologia allucinogena da parte dei più diversi tipi di culture è la prova di un desiderio di connessione a livello di specie – spesso espresso in modo maniacale e isterico, allo stato attuale, e forse questo è da aspettarselo. Ma questo desiderio di connessione avrà conseguenze fatali, di vasta portata e molto sorprendenti.

Se il passaggio che stiamo vivendo oggi è quello da una cosiddetta “Narrow AI” a una “Broad AI” ovvero in grado di interagire con sistemi di auto-apprendimento in maniera naturale su fronti più articolati, complessi e multi sensoriali, quello successivo sarà non solo accontentarci della sua accuratezza (nell’interpretare parole e concetti, nell’identificare immagini o azioni, nel suggerire possibili risposte o soluzioni), ma anche e soprattutto della sua credibilità. Le definiamo come Trusted AI e credo sia il perno su cui fin da oggi dovremo far ruotare il nostro lavoro se è vero, come è vero, che la facilità non solo di fruire, ma anche di sviluppare e rilasciare soluzioni AI-based sarà sempre maggiore e a disposizione di tutti.

In Italia è spesso difficoltoso realizzare progetti veramente innovativi, nonostante la parola innovazione sia inflazionata. Molte menti brillanti, ancora oggi, trovano spazio solo all’estero. Qual è, se esiste, la tara culturale che ci frena?

Qui credo ci si debba intendere su quale visione di mondo abbiamo in mente. Abbiamo voluto e creduto in una società globale, in una economia di mercato senza frontiere? Abbiamo scelto di competere sull’on-line e di commerciare beni e servizi provenienti da regioni agli antipodi rispetto a dove li abbiamo acquistati? Abbiamo strepitato sulla necessità di una non meno identificata digital transformation a ogni pié sospinto? Se ci sta bene tutto questo il problema non esiste.

Continuare a rimarcare questa storia della fuga di cervelli non esiste, perché l’Italia, la Francia, il Messico, l’Australia non esistono più. Esistono delle piattaforme digitali, sovranazionali, dove tutto accade: il commercio, gli investimenti, la ricerca, il sesso, il mercato del lavoro e la pratica stessa del lavoro. Alla luce del concetto di rete permanentemente connessa nella quale viviamo e verso la quale sempre più transumiamo, questo che abitiamo è davvero un piccolo pianeta. I cervelli non sono in fuga, sono in viaggio.

Caltanisetta o Calgary? Qual è la differenza al di là delle lettere dopo “Cal” se poi quello che un cittadino di Calgary usa o compra è stato pensato o creato da uno a Caltanisetta e comunque prodotto in una città Cinese o da qualche parte in India? Mischiare le carte a piacimento, il risultato cambia solo a favore di chi ha una certa idea di umanità e se mi permetti di “successo”. Che non è detto debba per forza essere quella in cui io e te crediamo, così come abbiamo imparato che mettere in dubbio i parametri di successo con cui si misurano gli abitanti della società di questa Era sia la cosa più eversiva che si possa fare.

Ad ogni modo, se ci sta bene questa idea di mondo, se ne siamo convinti, dovremmo allora, anche, riconsiderare lo scandalizzarci causato da questa ipotetica fuga del pensiero o – a dirla tutta – della sua monetizzazione. I cervelli rimangono su questo pianeta che, grazie alla globalizzazione e alla (o a causa della) tecnologia, si è ristretto come un maglione lavato a 90 gradi. Si fa innovazione e impresa dentro a questo maglioncino e forse dovremmo farcene una ragione se non siamo in grado di capitalizzare quello che sappiamo fare e ci tocca andare a farlo fuori dal nostro Bel Paese. Chissà cosa diremo o scriveremo quando i cervelli usciti dall’Italia lavoreranno da Base Luna o da Marte.

La questione della capacità di innovazione è prevalentemente politica. Siamo, restiamo e resteremo degli innovatori. Non è certo una novità e non sono certo io a scoprire che abbiamo una competenza di base altissima rispetto alla media e sicuramente – visto che vivo qui e li vedo – rispetto agli americani. Diverso il discorso per indiani e cinesi che hanno una educazione di certo superiore rispetto ai loro colleghi e alle loro colleghe statunitensi e in grado di competere con la nostra anche e soprattutto quando si parla di materie scientifiche.

Detto questo, appena siamo messi in grado di dimostrare quello che conosciamo, andiamo al triplo della velocità. Sappiamo di più, siamo preparati meglio, abbiamo una profonda cognizione del mondo che ci sta attorno, abbiamo tutto per competere e, infatti, i nostri cervelli viaggiano e vengono accolti. Almeno, quelli che – parafrasando Forchielli – hanno deciso di darsi una mossa. Pensa se non ci volesse nessuno nemmeno all’estero! Sarebbe indice di una sorgente bacata. Invece l’impianto culturale che portiamo nello zaino è solido e ben strutturato checché se ne dica. Semplicemente sono le condizioni politiche e di sistema a fare la differenza. Nient’altro. La tara è sistematica: politiche fiscali assurde, zero incentivazione, incapacità storica di fare rete: ma cosa ti ho detto di nuovo? Niente di niente. È così. Noi siamo così.

Non è rassegnazione la mia, ma se pure il Governo del cosiddetto Cambiamento prevede solo spiccioli per innovazione e ricerca (io ho capito così dal casino generato attorno a quest’ultima manovra per cui se mi sbaglio porgo fin d’ora le mie scuse) e si concentra sul dare qualcosa subito piuttosto che costruire secondo una minima logica strategica, che altro possiamo fare se non accontentarci di essere liberi cittadini e cittadine del mondo? Molti resteranno a fare carriera e a dare valore a imprese nel Paese che li ha accolti, più d’uno tornerà, ne sono certo: la qualità della vita in Italia resta altissima (suggerisco di documentarsi e fare attenzione a molti falsi miti attorno all’idea di estero=paradiso). Forse inventarsi qualche dinamica di rientro potrebbe aiutarci a capitalizzare qualcosa, forse – visti i trend globali – anziché cercare logiche di ritenzione dovremmo invece favorire i cervelli a viaggiare di più, a imparare di più e magari a condividere di più con il loro Paese natio in una sorta di programmazione sistematica dell’export di intelligenza a fronte di un import premeditato di quello che quell’esportazione ha generato.

Nonostante questo, fatico a immaginare onde di espatriati di ritorno alle porte dei nostri confini. Chiunque vada via dal proprio Paese tende poi a muoversi su una traiettoria di esplorazione permanente, o almeno a me è capitato così. Una volta superata la pena di lasciare la tua terra e i tuoi affetti entri in modalità scoperta di ciò che si trova oltre la prossima destinazione. Accade senza accorgercene, in modo assolutamente naturale, perché se non tutti siamo santi e poeti, quasi tutti siamo geneticamente navigatori. Figurati poi chi, come noi, è nato a Genova. Il mare non è altro che un ponte verso quello che c’è di là. Non certo un ostacolo.

Nonostante questo, si fanno centinaia di progetti di valore nel nostro Paese. Prendi fightthestroke.org che se è vero nasca da una drammatica storia personale, dall’altro dimostra come non ci siano limiti a quello che possiamo fare se si hanno desiderio, tenacia, energia, idee. A vederlo sembra un progetto generato chissà dove e non da due italianissimi genitori. O il Talent Garden, con il quale ho avuto una storia personale essendo stato uno dei co-founder della sua Innovation School e che ho lasciato quando mi sono trasferito in USA, che è riuscito a diventare il più grosso e diffuso hub di innovazione Europeo e a breve credo sia pronto a sfidare i mercati di altri continenti. O ancora Cedat 85 che in pochi conoscono, ma che da almeno trent’anni è una della aziende di frontiera sull’interpretazione del linguaggio naturale. O ancora Dataspin.co che connette a livello globale imprese a developer con competenze di intelligenza artificiale e machine learning. Ma qui fare la lista davvero è impossibile, queste sono solo quattro storie tra le mille che ho conosciuto personalmente e che mi servono solo per sottolineare, se mai ce ne fosse bisogno, che non ci manca certo la capacità di creare innovazione. Ci manca quello che invece Nello Mainolfi ha trovato qui a Cambridge dove ha sede la sua Kymera Therapeutics e dove ha appena ricevuto un secondo finanziamento da 65 milioni di dollari: un tessuto economico sensibile all’innovazione che consenta a chi vuole rischiare di avere un’opportunità. Del resto è esattamente l’altra faccia della medaglia. Siamo molto bravi a innovare, ma altrettanto diffidenti a sostenere l’innovazione fatta da altri. E questo, se da un lato è di sicuro depresso dalle politiche nazionali di cui si accennava sopra, è forse un nostro profondo limite culturale.

Per levarci di dosso il principio mors-tua-vita-mea o della guerra dei campanili l’unica possibile medicina è proprio quella di andare oltre. Oltre il confine dove, come per magia, il nostro localismo si affievolisce lasciando emergere quel pizzico di avventurismo che da qualche parte abbiamo da sempre dentro di noi.

Infine, quale percorso consiglieresti a un giovane interessato alla tecnologia, ma anche all’etica e alla qualità della vita delle persone?

Il percorso è personale, il percorso lo decidi tu un passo alla volta. Non c’è una traiettoria codificata, io non la conosco. Magari c’è, ma io non l’ho notata. Quello che ho visto sono tante piccole micro traiettorie che – una sommata all’altra – fanno l’arco della tua vita.

Noi per cultura, per pace interiore, per educazione tendiamo a credere, abbiamo bisogno di credere a meccanismi perfettamente logici, tipo un “piano di studi”, e quella traiettoria noi la idealizziamo come perfettamente lineare. Una sequenza logica e cronologica a cui ad “A” segue “B” e poi “C” eccetera. Ma quella è vita come la immaginano gli altri per te, quella è la vita scritta sui manuali. Se invece credi nella vita che vuoi vivere, se hai in mente quello che vorresti essere come donna, come uomo prima di quello che vorresti fare in quanto professionista di qualcosa, allora dovrai scontrarti col fatto che non esista un programma pre-scritto, un piano codificato da nessuna parte, in nessun schema, in nessun percorso di studi. Te lo dovrai costruire tu, e questo è ancor più vero quando cerchi di unire tecnologia, etica, vita.

Giusto per citare una storia che conosco bene: io mi sono laureato in Scienze Politiche in Italia (facoltà che stra-raccomando ancor più oggi di ieri) e mi ritrovo a dirigere un gruppo di ricerca negli Stati Uniti dove sono l’unico senza una laurea in ingegneria, matematica o fisica. Non ho nulla di vantarmi di questo, è capitato. Avrei voluto studiare anche solo parte di quelle materie e chissà quante altre, ma ho ascoltato il mio vento e l’ho seguito, ho seguito quello che mi interessava, ho detto di sì quando anche forse avrei dovuto dire di no e ho fatto capitare quello che vivo oggi. Se sono qui oggi è perché da in qualche modo l’ho voluto. Come dice Shaw, nella vita esistono due tragedie. La prima è la mancata realizzazione di un intimo desiderio, l’altra è la sua realizzazione. Per dire che bisogna anche fare i conti con i propri desideri e i propri sogni che non sono necessariamente scolpiti nella pietra (non per tutti: qualche fortunato invece nasce con la sindrome da Astronauta o Pompiere o Miliardario sin da quando è in fasce) sin da quando siamo ragazzi.

Uno scopre chi è strada facendo e allo stesso modo capisce un poco alla volta cosa vuole davvero fare e cosa è bravo davvero a fare. Non c’è nulla di strano e nulla di cui vergognarsi, anzi credo sia proprio il bello del viaggio della vita. Io oggi so che sto facendo esattamente quello che avrei voluto fare, ma che – paradosso dei paradossi – non sarei stato in grado di spiegare se mai me lo avessero chiesto trent’anni fa.

Se qualcuno mi avesse detto: “Ok, Nicola, puoi fare quello che vuoi. Cosa vuoi fare?” Ecco, non sarei stato in grado di spiegare questo, non sarei stato capace di raccontare l’intreccio delle cose che avevo dentro e che dovevano in primo luogo soddisfare quel senso di dignità di cui abbiamo parlato in precedenza. Come fai a rispondere: “Oh, vorrei fare qualcosa capace di rispondere ai miei principi di dignità?”. Eppure proprio da lì io consiglio di partire. Giusto per non dare l’impressione di non volerti rispondere, lasciami mettere nero su bianco come la vedo.

Primo, non vergognarsi di non avere una idea chiara di quello che si vorrebbe fare. La vita è lunga, c’è tempo per mille carriere e mille esperienze e mille deviazioni e trovare a fare quello che non si è mai avuto il coraggio di ammettere nemmeno a sé stessi magari a settanta o ottant’anni.

Secondo, avere ben presente il proprio concetto di dignità. Dove si trova il mio confine di “bello”, di “buono” di “giusto” di “utile”?

Terzo, la linea della propria idea di dignità aiuterà a dire i no e i sì. Per quanto non abbia alcun senso quello che sto per dire perché assolutamente relativo, Io sono un grande fan del “sì”. Dire “sì” significa girare la carte, significa – il più delle volte – trovarsi in una zona ignota, significa mettersi in gioco, e rischiare, all’interno del confine della propria e altrui dignità, è un modo terribilmente efficace per imparare.

Quarto, imparare ad ascoltare il vento. Provare a riconoscere i segnali che abbiano valore per noi e farli propri. Ognuno di essi ha un ruolo: magari ci possono volere quarant’anni per scoprire quale, ma c’è da starne certi, prima o poi lo scopriremo.

Quinto, studiare e imparare e capire le dinamiche e i linguaggi delle cose che ci interessano. Il codice è una lingua come un’altra: saperla parlare non significa doverla usare ogni giorno. E sul tema dell’educazione dobbiamo anche forse smitizzare una cosa tutta italiana secondo la quale più studi e più sei un perdigiorno. Qui ho visto quei dottorandi che da noi vengono considerati come degli eterni sfigati, portarti su un piatto d’argento e considerati, valutati e – soprattutto – retribuiti per l’intelligenza che sanno portare.

Dove si insegnano questi principi? Da nessuna parte, ma se mi chiedessi un posto dove poterli mettere in pratica posso dirti: il MIT Media Lab. Questo è per certo il luogo dove ho visto – nel modo più evidente – persone poter far crescere le proprie idee combinando in percentuali variabili tecnologia, etica, qualità della vita a seconda dei propri desideri e della propria idea di dignità. Ce ne sono di sicuro mille altri, ma se il mio ruolo qui è dare un riferimento pratico a chi ci legge, allora suggerisco di usare il Media Lab come una sorta di centro di gravitazione. Il mio consiglio è usare il Media Lab come una sorta di specchio e capire cosa si ricerchi al suo interno, quali siano le professioni che vengono in esso codificate, che titolo abbiano e quale percorso di studi caratterizzi gli studenti che vi sono ammessi, cosa si pubblichi, di che cosa si parli, su quali temi faccia notizia. Non sarà di certo l’unica fonte o la più esaustiva, ma di sicuro un bookmark con la quale confrontare le oscillazioni del proprio desiderio, qualsiasi esso sia.

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