Salta al contenuto
Close
Hit enter to search or ESC to close

Intervista a Luca Rosati. L’architettura dell’informazione e la costruzione di senso.

Luca è uno dei pionieri dell’Architettura dell’Informazione in Italia e non solo. Ci siamo conosciuti ormai oltre dieci anni fa, quando mi divertivo a organizzare convegni multidisciplinari e invitavo le persone che stimavo. Leggere o ascoltare Luca è un’esperienza sia formativa sia estetica. Condividiamo la passione per il vino e il cibo, anche se lui è immensamente più esperto di me ;).

Ci parli del tuo ultimo libro “Sense-making” e del valore e del significato della tua disciplina, l’Architettura dell’Informazione, in un mondo in cui, spesso, il senso profondo delle cose e il valore delle persone sono sacrificati all’altare della produttività?

Architettura dell’informazione: dalla trovabilità alla costruzione di senso

Per molto tempo l’architettura dell’informazione è stata per me mettere i pezzi nello scomparto giusto della scatola o della cassettiera. Penso alle costruzioni Lego: le scatole delle Lego sono degli esempi bellissimi di design perché al loro interno i mattoncini sono perfettamente ordinati e ripartiti. Nella trovabilità vedevo dunque l’obiettivo del mio lavoro: organizzare l’informazione per renderla facilmente trovabile.

Ora, questo non è sbagliato, ma col tempo mi sono reso conto che oggi c’è un obiettivo ancora più importante, più urgente: creare senso. Mettere un pezzo nella scatola non basta, il vero obiettivo è connettere i pezzi per dare loro significato. Un mattoncino delle Lego ha poco valore in sé, lo acquista nel momento in cui lo leghiamo ad altri mattoncini per costruirci qualcosa. In altre parole, l’aspetto della trovabilità è funzionale all’aspetto del senso: scegliere che dei pezzi stiano insieme ad alcuni anziché ad altri ha un “significato” diverso, produce una diversa “visione delle cose”.

Così, il valore aggiunto di piattaforme come Amazon, Netflix, Spotify sta proprio nella capacità di fornire relazioni fra i contenuti: Amazon ci suggerisce prodotti correlati a quello che stiamo osservando; Netflix film correlati a quelli che abbiamo guardato, e così via. Questo non solo ci fornisce ulteriori stimoli, ma collocando un elemento all’interno di una rete di relazioni ci aiuta anche a comprendere meglio le caratteristiche dell’elemento stesso. E ancora, pensiamo alle canzoni apparentemente sconclusionate di Rino Gaetano: l’attrito e il non-senso di certe associazioni è in realtà funzionale a far emergere un senso più profondo e più complesso: Mio fratello è figlio unico / Perché è convinto che nell’amaro benedettino non sta il segreto della felicità (Rino Gaetano, Mio fratello è figlio unico).

Sense-making e persone

Il libro Sense-making nasce da questa idea: fare architettura dell’informazione oggi significa essenzialmente creare senso. Perché viviamo in una società non solo pervasa dall’informazione ma basata sull’informazione stessa. Il filosofo Luciano Floridi sottolinea come almeno il 70% del PIL delle società più mature è legato a beni intangibili basati sull’informazione, anziché a beni tangibili derivanti dall’agricoltura o dall’industria manifatturiera. Questa sovrabbondanza d’informazione si accompagna tuttavia a una carenza di senso, perché la moltiplicazione dei media e dei dispositivi fa sì che l’informazione venga fruita in modo estremamente frammentario. Solo mettendo in relazione la singola tessera con altre tessere possiamo costruire una storia, creare un contesto e quindi generare senso.

Ma creare senso è una pratica essenzialmente umana: nessuna intelligenza artificiale può farlo per noi; per creare senso dobbiamo coinvolgere le persone. Perché qui non parliamo del Senso (con la S maiuscola), inteso come verità generale e assoluta, ma di un senso molto più contingente, legato a un contesto specifico – le persone coinvolte, gli obiettivi…

Ecco perché la parte centrale del libro riguarda gli strumenti di co-progettazione con le persone. Rivisitati però in chiave sostenibile: ho cercato cioè di privilegiare (pochi) strumenti agili (intendo agile nella su accezione più ampia e neutra), strumenti cioè utilizzabili in tutti contesti, anche in situazioni di scarsità di tempo o caratterizzate da rapido mutamento. Negli ultimi anni della mia esperienza “leggerezza” è stata la parola d’ordine, in tutto; ho cercato così di alleggerire anche i metodi, per quanto possibile, senza snaturarli ovviamente.

Come sai io critico da anni la vaghezza dell’etichetta UX, in particolare quando è associata ad una specifica professionalità. Parlando di tassonomie professionali, cosa pensi dello iato tra il saper fare e il dare l’impressione di fare che etichette così vaghe come User Experience Design implicitamente favoriscono?

“Today the term [user experience] has been horribly misused”

UX e UX design sono etichette estremamente in voga. Dico scherzando che “a mò son tutti ju ex”. Ora, le mode ci sono sempre state e sempre ci saranno. Ma ci sono dei rischi. Da un lato infatti c’è la tendenza a usare UX (design) come forma più “cool” per dire design dell’interfaccia, graphic design o simili – basta vedere i molti annunci di lavoro: questo è senza dubbio fuorviante. Dall’altro lato, c’è la tendenza a usare UX (designer) per riferirsi in modo veloce a un certo tipo di ruolo e di competenze: il fascino o la praticità dell’etichetta fanno sì però che oggi tutto rischi di diventare UX design.

L’espressione “user experience” fu coniata da Donald Norman negli anni ’90 quando era alla Apple, e battezzò il team che coordinava “user experience architects”. Era un modo per marcare la differenza, per indicare che il lavoro che il gruppo svolgeva andava oltre l’usabilità, abbracciando tutte le sfere dell’interazione tra la persona e il computer. Tuttavia, oggi le nostre esperienze sono enormemente più complesse, tutta la nostra economia sta evolvendo dalla vendita di prodotti alla commercializzazione di esperienze. Il concetto di experience design rischia perciò di essere troppo ampio. L’impressione è che oggi questo sia un termine-ombrello usato un po’ per tutto. Lo stesso Donald Norman afferma che “oggi il termine user experience è impiegato in modo terribilmente scorretto (Today the term [user experience] has been horribly misused)”.

Di cosa parliamo allora quando parliamo di UX?

Dire (user) experience design è come dire automotive design. Più che una professione è un processo complesso che vede la sinergia di più professioni. L’experience design è un mondo, perché i nostri prodotti, servizi ed esperienze sono estremamente complessi. L’interazione che abbiamo con beni e servizi è oggi sempre meno prevedibile e controllabile: il customer journey transita attraverso molteplici media e dispositivi, e può protrarsi per molti giorni.

L’idea quindi che ci sia un’unica figura che progetti sistemi così complessi è riduttivo. Semmai ci può essere un direttore d’orchestra. E non credo neppure che la UX si possa ridurre a una somma di elementi o di passaggi: faccio questo, poi questo e questo e ottengo un’esperienza. Pensiamo all’enogastronomia: un grande piatto o un grande vino non sono una somma di elementi; sono una sintesi di ingredienti, di processi e attività complessi non del tutto formalizzabili. Per questo è difficile dare una definizione tanto di esperienza quanto di design dell’esperienza – ad oggi nessuno ci è riuscito pienamente.

UX e IA

In tutto questo, l’architetto dell’informazione è colui che contribuisce a progettare lo strato più profondo e meno visibile del sistema. L’architettura dell’informazione è spesso rappresentata come la parte sommersa di un iceberg. Proprio per questa sua intangibilità è spesso trascurata, e è senz’altro un’etichetta e un ruolo meno “pop” di altri.

Eppure, l’architettura dell’informazione è strategica. E in quanto creazione di senso ha una conseguenza etiche rilevanti: collocare Bob Dylan o De André in un’antologia di letteratura significa fare una precisa scelta di campo: stabilire una continuità fra musica (leggera) e poesia. Per questo l’architettura dell’informazione non si limita alla progettazione di prodotti o servizi (siti web, app, software) ma riveste un ruolo chiave in qualunque processo o ambiente che coinvolga l’informazione (dal modo in cui le informazioni circolano all’interno di un’organizzazione ai processi aziendali).

Quale percorso consiglieresti a un giovane interessato a costruire una professionalità nell’ambito dell’Architettura dell’Informazione?

Italia-resto del mondo: Librarianship and information science

In Italia non esiste un percorso formativo specifico per l’architettura dell’informazione, ma questo non necessariamente è un male: l’architettura dell’informazione è un campo trasversale che si situa all’intersezione di più saperi, e quindi la mancanza di una formazione ad hoc potrebbe garantire maggiore flessibilità.

Nei paesi di cultura anglosassone (e in molti paesi nordeuropei), viceversa, esiste un curriculum specifico: Librarianship and Information Science (LIS) – Biblioteconomia e scienze dell’informazione. Le scienze dell’informazione non sono qui sinonimo di informatica, come da noi, ma di tutto ciò che ruota attorno al problema dell’organizzazione, del recupero e della gestione dell’informazione; e si legano quindi alla biblioteconomia, in quanto disciplina che per prima si è posta il problema dell’organizzazione del sapere.

Competenze

Da noi chi fa l’architetto dell’informazione proviene dai percorsi più disparati, sia umanistici sia scientifici – ammesso che questa distinzione abbia ancora senso. Forse più che di curricula è utile allora parlare di competenze che un architetto dell’informazione dovrebbe avere. Sono senz’altro necessarie delle basi di filosofia e di logica, perché l’organizzazione e la classificazione sono aspetti chiave. Una conoscenza del linguaggio e delle sue regole, perché i sistemi di organizzazione e le loro interfacce sono fatte di parole. E ancora, competenze in ambito cognitivo e comportamentale, perché progettiamo per le persone. E poi competenze più specifiche o più tecniche in tema di design ed ergonomia, human-computer interaction, information retrieval…

Quindi, a un neodiplomato direi: visto che manca un percorso specifico, scegli l’aspetto dell’architettura dell’informazione che più ti piace, quello umanistico, quello più tecnico…; scegli un buon corso universitario di questo tipo, e se puoi fai esperienza sul campo già durante lo studio, frequenta gruppi ed eventi legati a questi temi (ad esempio gli UX book club, Architecta – l’associazione degli architetti dell’informazione). Quindi, dopo la triennale, scegli una laurea magistrale o un master più mirati, oppure fai un’esperienza di stage in azienda (o entrambe le cose).

A una persona che invece ha già fatto l’università o che già lavora in ambiti limitrofi, direi che non è difficile aggiustare il tiro, proprio per la versatilità e la natura non specialistica dell’architettura dell’informazione. Anzi, in questo campo l’ibridazione è una ricchezza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.