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Intervista a Consuelo Battistelli. La diversità come valore.

Ho conosciuto Consuelo quando entrambi eravamo tra i pionieri dell’accessibilità dei sistemi informatici in Italia, sono passati molti anni ma il carattere e la determinazione sono sempre gli stessi. Oggi Consuelo è Diversity Engagement Partner per IBM e si occupa della progettazione, realizzazione, sviluppo e promozione di progetti strategici interni ed esterni, nazionali ed internazionali, sui temi: Women, LGBT, Work life integration, Generational, People with disability e Multicultural.

Da quando ci conosciamo ti occupi di accessibilità. Non è un caso, infatti, che le nostre strade si siano incrociate quindici anni fa, nel glorioso e, forse, irripetibile periodo del varo della Legge Stanca. Ci racconti come si è evoluto il tuo percorso professionale e qual è la tua visione sul presente e sul futuro di questi temi in Italia?

Vero Marco, ci siamo conosciuti nel periodo clou della legge Stanca, si iniziava a parlare di accessibilità e questa è stata anche l’occasione che la multinazionale per cui lavoro tutt’ora ha colto per assumermi.

Permettimi di fare un passo indietro e raccontare la mia rocambolesca assunzione.

Avevo spedito il mio curriculum, come è doveroso fare post lauream e post master, a molte imprese, ma, visto che nessuno rispondeva, avevo deciso di andare a trovare un’amica che in quel periodo viveva ad Amsterdam. Ed è proprio vero che quando meno te lo aspetti. Ero da due giorni nella capitale olandese che mi chiamano per un colloquio. Confesso che non mi ricordavo neppure di avere spedito il cv proprio a loro e la mia risposta di getto fu: “Non posso, ora sono appena arrivata qui!”. Ecco, non è una risposta appropriata se cerchi lavoro: beata spontaneità o, meglio, ingenuità. Ritornata a ragionare per un attimo, chiesi se fosse possibile attendere qualche giorno per organizzare il rientro. Me lo concessero e dopo qualche giorno ero a Bologna per il colloquio.

Era l’inizio di novembre. Successivamente, non sentendo più nessuno, pensai che non fossi piaciuta e invece a ridosso di Natale fui richiamata per un secondo colloquio, questa volta a Milano, dove mi aspettava un team di persone. Naturalmente non mi aspettavo questa situazione e, per così dire, non sono stata particolarmente brillante. Uscita dal colloquio mi misi a piangere e mi dissi: “Va beh, è stata un’esperienza, mi servirà per il futuro”.

Passano le vacanze natalizie, ormai non ci pensavo più, quando a fine gennaio vengo richiamata per un altro colloquio, questa volta a Roma. E qui ho pensato: meno male che non hanno una sede in Algeria questi! E andiamo a Roma, mai stata neppure come turista fino a quel momento. Anche qui colloquio con più persone, ma questa volta ero più preparata e disinvolta e alla fine mi dicono che per loro andavo bene ma la location sarebbe stata Roma, io sono di Mantova e avevo fatto gli studi a Bologna. Prendere o lasciare. Ci ho pensato giusto quei dieci secondi e ho preso! Mi sembrava un’ottima opportunità per quel momento visto che mi stavo affacciando al mondo del lavoro. Ho colto tutti alla sprovvista forse in primis me stessa, loro in secundis e vi lascio immaginare la mia famiglia.

Perché in tutto ciò che ho raccontato e che sembra normale – certo con qualche difficoltà da superare per chiunque – la particolarità è che avevo accettato un lavoro a Roma, io, una persona che non solo non era mai stata a Roma e li non conosceva nessuno, ma che non vede.

Mi piacciono le sfide e quindi è iniziata la mia avventura romana.

Il mio primo ruolo è stato nel Business Development del Public Sector, dovevo occuparmi dell’accessibilità di soluzioni che la mia azienda portava sul mercato e in particolar modo nel Pubblico. Perché il tema dell’accessibilità è partito proprio da qui, tutti i siti della Pubblica Amministrazione dovevano essere accessibili, e visto che i clienti del Public erano tanti, ecco che si spiega la massima attenzione al tema. Di fatto poi sappiamo come è andata: questa massima attenzione è stata più dei privati, che hanno capito da subito che la fetta di mercato era ampia, che si doveva arrivare a tutti in definitiva.

Indubbiamente dei passi, specie in quegli anni, sono stati fatti. Se lo screen reader, tecnologia assistiva che permette ad una persona con disabilità visiva di interagire con i contenuti, si piantava perché i siti non erano costruiti secondo certe linee guida, ora non parliamo più di un problema simile, piuttosto possiamo parlare di usabilità quindi la capacità di arrivare alle informazioni in tempi accettabili come per tutti gli altri.

Con questo lungi da me il pensare che il tema accessibilità sia esaurito, passi avanti se ne sono fatti, se ne stanno facendo altrettanti indietro lasciami aggiungere, e non solo quando parliamo di siti e app. Abbiamo, se vuoi, allargato il discorso e parliamo di Diversity Management. Oggi il mio ruolo è quello di Diversity Engagement Partner, quindi mi occupo di diversità e inclusione.

Perché questo cambiamento? Perché la prospettiva è mutata. Il progresso tecnologico – hardware e software – e la creazione della categoria giuridica della “persona con disabilità” come condizione degna di essere vissuta, obbliga ad un ripensamento generale e ad un ampliamento della prospettiva: parlare di accessibilità a fronte di strumenti che consentono l’implementazione di facoltà umane in persone con deficit psico-sensoriali è limitativo e fuorviante, alla luce anche delle acquisizioni della realtà aumentata.

Il rischio enorme del progresso tecnologico, però, è quello del digital-divide che appunto tende ad aggravare paradossalmente le condizioni delle persone con disabilità. Per questo motivo sono nati percorsi di studio e ricerca funzionali alla individuazione di regole e prassi di gestione della disabilità prima e della diversità poi. Perché si è scoperto e capito che la condizione delle persone con disabilità non è molto differente da quella delle persone LGBT, con differente orientamento religioso e ultimo ma non meno importante, dalla condizione femminile nella società in generale e nel mondo del lavoro.

Da accessibilità ad inclusione: ecco l’evoluzione concettuale che ha generato la figura del Diversity Manager che è la figura professionale che deve guidare le persone inquadrate in categorie particolari, tutte di pari dignità, a beneficiare dei diritti di cittadinanza ovunque.

Oggi si sente spesso parlare di uguaglianza di genere. Ma la realtà è molto lontana dal racconto politicamente corretto. Qual è la tua opinione come donna cresciuta professionalmente nel mondo, innegabilmente ancora molto maschile, dell’IT?

La mancanza di reali possibilità di scelta tese a garantire l’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, diminuisce le opportunità per le donne di lavorare e di trovare un lavoro corrispondente al loro livello di istruzione e di ambizione. Infatti, in diversi ambiti, vedi la politica, le donne sono ancora sottorappresentate. Secondo i dati diffusi nei primi mesi del 2019 dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE):

La percentuale di donne in parlamento nei 28 Stati membri dell’UE è aumentata dal 21% al 30%. Tuttavia, l’89% dei leader nazionali è rappresentato da uomini e meno di uno su cinque dei principali partiti politici dell’UE è guidato da una donna. Nel settore privato, quasi i tre quarti dei consiglieri di amministrazione sono uomini.

Complessivamente, secondo i dati dell’Istituto, nel decennio tra il 2005 e il 2015, l’indice sull’uguaglianza di genere dell’UE è migliorato solo di 4 punti. I 66,2 punti per l’UE nel suo complesso e i punteggi dei singoli paesi che vanno da 82,6 (Svezia) a 50 (Grecia) dimostrano come vi siano ampi margini di miglioramento (l’Italia presenta il punteggio di 62,1).

I sei domini chiave dell’indice sono potere, tempo, conoscenza, salute, denaro e lavoro. Il potere è il dominio che continua a registrare il punteggio più basso (48,5) nell’UE, anche se ha conosciuto i progressi più rapidi. Il tempo è l’unico dominio ad aver registrato un calo in 10 anni e ora è pari a 65,7. Sempre Dallo studio EIGE emerge che circa la metà degli studenti dell’UE si è laureata in due settori principali dell’istruzione. Quasi un quarto degli studenti (24%) laureati in materie scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (STEM) e la maggior parte di loro sono uomini. Ad esempio, nelle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC), le donne rappresentano solo il 17% dei laureati nell’UE. L’altro grande campo di studio è l’istruzione, la salute e il benessere (EHW) con un quinto (19%) di tutti i diplomati dell’UE. I soggetti in questo campo sono ugualmente sbilanciati, ma all’estremo opposto. Gli uomini rappresentano solo il 19% dei laureati in educazione. Dati un po’ di numeri possiamo dire che gli stereotipi di genere sono la principale causa di tutto questo perché influenzano le scelte di soggetto e di carriera, scoraggiando dalla scelta di materie ritenute atipiche per il genere di appartenenza.

Io penso che il superamento degli stereotipi di genere sia il primo passo da fare, un passo senza dubbio culturale per parlare non solo di parità di genere ma di reale inclusione.

Quale percorso consiglieresti a un giovane interessato all’accessibilità, ma anche all’etica e alla qualità della vita delle persone?

Non possiamo non partire dalla lettura e studio della Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità perché per la prima volta nella storia umana la diversità psicofisica con i limiti che ne conseguono è considerata una condizione come le altre degne di essere vissuta come tale e non come malattia da curare.

La convenzione, Legge di Stato in Italia e in quasi tutti i paesi del mondo, disegna un nuovo modello di partecipazione basato sull’inclusione: l’inclusione così come è della persona umana che per ciò stesso esercita i diritti di cittadinanza in pieno. Fornisce concetti e strumenti concettuali per l’approccio successivo e per gli studi e le esperienze necessarie per comprendere accessibilità, etica e qualità di vita delle persone.

Premesso questo, accessibilità, etica e qualità della vita delle persone richiedono differenti studi, non tanto o non solo di tipo specialistico, quanto di ordine metodologico generale. La specializzazione consegue alla preparazione generale.

Quindi per l’accessibilità occorre conoscere lo stato dell’arte della normativa giuridica e tecnica, italiana e/o di qualsiasi altro paese dove si intende operare. Per l’etica invece occorre la frequenza di specifici corsi di alta formazione universitaria. La qualità della vita delle persone non è una materia curricolare ma è l’esito di una formazione complessa che per esempio, viene fornita con i master o i corsi di alta formazione per Diversity Manager: questo tipo di corso contribuisce a formare una mentalità attenta alla persona ed alla sua realizzazione.

Ovviamente la formazione tecnica ha come premessa indispensabile una cultura di tipo radicalmente nuovo, libera da stereotipi di genere e aperta alle innovazioni introdotte dalla Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità. Inoltre è necessaria una cultura improntata al valore della differenza, non solo di genere, a anche di condizione psicofisica e di orientamento sessuale, in aggiunta alle tradizionali distinzioni di diversità.

La diversità come valore in contrapposizione a un modello ormai antiquato che vede in una sola condizione psicofisica e di genere il modello di riferimento: ecco la stella polare a cui deve guardare il giovane che volesse intraprendere il cammino in oggetto. Open mind prima di tutto, lasciami dire!

2 commenti su “Intervista a Consuelo Battistelli. La diversità come valore.”

  1. Complimenti, open mind è sicuramente un obbiettivo prima di tutto per se stesso e in modo particolare quando si vive la disabilità da vicino o “da dentro”… i migliori attori credo siano proprio le persone coinvolte, ambasciatori della propria possibilità di inclusione, nel riconoscersi utili per il mondo che non ha tempo di guardarsi attorno, ma piuttosto elabora tutto con la stessa qualità con cui gli vengono affidate le informazioni, le prospettive, le ambizioni e le indispensabili necessità o opportunità.
    Grazie per il suo limpido punto di vista, apre la mente di un padre il cui pensiero e cervello sta diventando ligneo a forza di non vedere oltre al muro delle difficoltà, ma sbatte ovunque pur di non darsi vinto all’idea di un figlio inutile al resto del mondo.
    Buona continuazione,
    saluto abbracciando,
    Simone.

    1. Grazie a lei Simone delle sue parole. Questione di tempo o di comodità? Vivere di stereotipi, di standardizzazioni, di pregiudizi in un certo senso complica meno la vita. I cambiamenti ,oltre a spaventare, sono processi lunghi da conseguire, specie se parliamo di cambiamenti culturali, come nel caso della diversity . Il muro di difficoltà , che indubbiamente ci sono , può diventare un mondo di opportunità che sono certa sua figlio rappresenti. Mi chiederei piuttosto se il mondo è utile a suo figlio. Probabilmente così com’è no , ma contribuiamo nel nostro piccolo per cambiarlo. Un abbraccio Consuelo

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