Questo è un post sarcastico e politicamente scorretto, prima di leggerlo prendi un po’ di Morphine.

Sono iscritto a LinkedIn da quando è nato. Addirittura, al decennale della piattaforma, ricevetti un messaggio di ringraziamento, insieme a tutti gli altri early adopter. Insomma, uso LinkedIn da quando non serviva veramente a un belino1 dato che i recruiter italiani lavoravano ancora con la penna e il calamaio.

Da sempre, esiste una mitologia attorno a LinkedIn secondo la quale sarebbe un social network in cui si deve parlare solo di cose serissime con un tono professionale, ché altrimenti son guai e le aziende poi mica ti assumono. Queste aziende choosy che son sempre lì a sgomitare per assumere proprio te. Birichine.

Questa narrativa terroristica ha generato spontaneamente una razza di parrocchetti livorosi che sorge spontaneamente dalla palude della frustrazione social, per bacchettare, con commenti di una saccenza più irritante della stessa ignoranza, i cattivoni che non seguono le presunte regole della linkedinità.

Io me li immagino così i moralizzatori, sempre incazzati:

Pappagallo con un'espressione corrucciata

Paura, eh?

Questo fenomeno è ancora più irritante dei post motivazionali tipo Baci Perugina. Della routine quotidiana con sveglia alle 3.45, digiuno e trenta km di corsa dei CEO fighetti di Palo Alto. Della psicologia positiva, che oggi spopola tra i manager che aspettano il meteorite seduti nella posizione del loto. Del life coaching con cui il guru si paga le rate della villa in Sardegna — alla faccia tua, amico mio, che resti lo sfigato di sempre anche dopo la sessione di leadership e découpage fatta nella capanna sudatoria. Dei sondaggini carini sull’interfaccia A versus l’interfaccia B, che vien voglia di rispondere: «Razza di idiota, progettare interfacce è il nostro lavoro, se vuoi una consulenza paga, pezzente!». Scusate, mi sono lasciato prendere la mano.

Dicevamo… Perché penso che siano degli imbecilli?

Perché questa gente non ha fatto i compiti. Mi riferisco alla complessità della relazione tra tecnologia e comunicazione umana, cioè tra cambiamenti tecnologici e vita sociale. Quando qualcuno si scandalizza perché il modello concettuale di un prodotto non è rispettato dagli utenti mi viene in mente la superficialità del determinismo tecnologico. Io, invece, ho più simpatia per il costruttivismo sociale. La tecnologia è subordinata al modo in cui è usata in uno specifico contesto storico, culturale e sociale. E si evolve di conseguenza. Se ti preoccupi di come un servizio “dovrebbe” essere usato (e cioè affermi implicitamente che è la tecnologia a guidare il comportamento) e non osservi come le persone usano nella realtà una certa tecnologia di comunicazione e quali vantaggi ne traggono, indipendentemente dalla destinazione d’uso originaria, non hai capito nulla né della tecnologia né del comportamento umano.

È chiaro che una tecnologia contiene un messaggio implicito (per esempio, una pistola ne ha uno differente rispetto a una matita) ma è idiota pensare che l’influenza sia unidirezionale. L’impatto che una tecnologia ha su chi la usa è bilanciato dall’impatto che chi la usa ha sulla tecnologia. Anzi, io mi spingerei a dire che il secondo è più importante del primo. Se vuoi, puoi usare una matita per uccidere e una pistola per piantare un chiodo. Il design e le ideologie commerciali che stanno dietro a un prodotto o una piattaforma sono solo uno dei fattori da tenere in considerazione.

Negli anni ’90 nessun manager aveva previsto l’esplosione della messaggistica testuale. La destinazione d’uso degli SMS era facilitare l’invio di comunicazioni tra operatore telefonico e utente e, prima ancora, tra tecnici durante le installazioni e le riparazioni dei ripetitori nella fase di costruzione della rete. Le persone hanno piegato quel mezzo alle loro esigenze comunicative, introducendo addirittura la prosodica e la comunicazione non verbale attraverso gli emoticons, strumenti che non sono stati progettati da un designer dandy o ideati da qualche genio del marketing, ma sono emersi come conseguenza di una necessità umana.

Quindi la tecnologia non è neutra, ma non lo siamo neppure noi quando la usiamo. Anzi, noi utenti siamo maledettamente di parte e ce ne freghiamo altamente (e giustamente) delle intenzioni del progettista.

Ma la cretineria dei moralizzatori va oltre l’incapacità di uscire dalla trappola del determinismo tecnologico. La stessa radice delle loro motivazioni è fallace. Un social network che si occupa di creare una piattaforma di scambio tra recruiter e persone che cercano lavoro, non può basarsi sul preconcetto che tutti i lavoratori siano knowledge workers stupidi funzionali, con il dress code cognitivo e la scopa nel sedere. O, peggio ancora, che tutti i recruiters siano così ingenui da bersi il fatto che tu, su LinkedIn, non sei mica la stessa persona che su TikTok è scema come una scimmia ubriaca, vero?

Il sistema della selezione del personale è basato sull’inautenticità, lo sappiamo. Ma anche quel sistema si evolve.

Negli anni ’90 mi capitò di partecipare, come recruiter, a una selezione per animatori turistici e ti assicuro che i parametri canonici per la redazione di un curriculum non avevano nulla a che fare con il tripudio di creatività che la maggior parte dei candidati esprimeva nei pacchi postali che spedivano per promuovere se stessi. Cose che tu, amico moralizzatore, avresti censurato perché non conformi alle due sfumature di grigio del tuo mindset.

Quindi, da un lato sbagli di grosso a pensare che siano le persone a doversi adeguare al mezzo di comunicazione e non viceversa e, dall’altro, ti sfugge che, mentre tu ti concentri autoeroticamente sulla forma, i mondi della comunicazione e del recruitment si evolvono senza di te.

Ultimo aggiornamento 17 Ottobre 2021.

Note

  1. Termine genovese dai molteplici significati, in funzione di prefissi e suffissi, per esempio a-belin-ato, belin-one, belin-a, ecc., il termine può assumere un significato di bonario intercalare e tanta simpatia, oppure il più volgare insulto.
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