Ormai circa trent’anni fa, da studente, guadagnavo qualche soldo lavorando per alcuni enti di formazione, in particolare occupandomi di formare giovani disabili cognitivi. Ricordo come mi sforzassi ingenuamente di ottenere da alcuni di loro un livello di autonomia su determinati aspetti della vita quotidiana che era superiore alle loro possibilità. Ho poi imparato, osservando lavorare persone più esperte di me, che l’inclusione esiste solo quando c’è rispetto per le differenze individuali. Se cerchi di cambiare le persone per adattarle al tuo modello di normalità, stai facendo loro una violenza. Anche se le tue intenzioni sono buone.

Oggi la mia personale visione sull’inclusione si basa su quattro pilastri: il rispetto, la responsabilità, l’autenticità e la conoscenza:

  • Il rispetto è il fattore più importante. La mancanza di rispetto per gli altri è la radice delle micro-aggressioni quotidiane che tutti subiamo e/o agiamo, è la causa di questa odiosa libertà di ferire che alcuni considerano un loro diritto. Sarebbe sufficiente questo, il rispetto, per controbilanciare molti dei nostri pregiudizi.
  • Quando parlo di responsabilità, intendo il dovere di rispondere delle proprie azioni, quello che gli anglosassoni chiamano accountability. Per questo l’infrastruttura dell’inclusione è importante: senza regole, rispettate a partire da chi ha più potere, non ci può essere inclusione. Se, per esempio, consideriamo il mondo del lavoro italiano, la responsabilità manageriale per i temi legati all’inclusione è vicina allo zero. Da noi oltre il 60% dei lavoratori è impiegato in micro e piccole imprese, ed è difficile capire quante di queste imprese abbiano una policy di inclusione formalizzata, come invece accade per le multinazionali. Oltre al fatto che legiferare in Italia sui temi legati alla discriminazione, alla libertà di scelta e alla diversità è sempre stato complicato. Noi abbiamo un elefante nella stanza.
  • Essere autentici significa conoscere i propri pregiudizi e rappresentarsi, con onestà e dignità, per quello che si è in un dato momento della propria evoluzione, significa non mentire e non manipolare gli altri. Ci sono contesti in cui, per sopravvivere (a volte letteralmente), è necessario fingere. Ed è banale il fatto che scoprire, o accettare, la propria identità sia tutt’altro che semplice, per alcuni è il lavoro di una vita. Ma non prendiamoci in giro, la maggior parte delle volte l’inautenticità è puro calcolo.
  • Chiaramente, non può esserci inclusione senza conoscenza: l’ignoranza e la stupidità sono gli ingredienti della banalità del male, non sono sufficienti (per esempio, una persona ignorante non per questo è razzista) ma certamente aiutano. La conoscenza va intesa anche nel senso di incontro umano, fisico, con la diversità. Altrimenti è solo un’operazione di marketing. Al prossimo manager del nuovo millennio che parla di inclusione e responsabilità sociale chiedi quante persone disabili e di etnia, genere o identità sessuale differenti ha realmente incluso nella sua azienda. Altrimenti sono solo chiacchiere da TED Talk.

Poi c’è il guadagno personale, l’arrivismo, la strategia e magari la pura cattiveria (gli stronzi esistono), per questo anche persone intelligenti e colte si comportano come membri del partito nazista dell’Illinois.

Voglio chiarire che non c’è un grammo di moralismo in ciò che scrivo. Non credo in Dio e non partecipo al business della spiritualità. Penso che uno degli aspetti negativi dell’umanità sia proprio la facilità con cui costruiamo sistemi formali basati su assiomi non verificabili e usiamo la nostra capacità di creare narrazioni come uno strumento per soggiogare gli altri (wow, ce l’ho fatta a prenderla alla larga?). Insomma, dalla transustanziazione al terrapiattismo, per me non c’è poi tutta questa differenza. Sono entrambe facce dello stesso meme trattate con eleganza differente.

Dietro ogni -ismo c’è la convinzione di essere i depositari di una verità, di una soluzione magica per le questioni più prosaiche o per le domande fondamentali sull’esistenza. Se credi che la tua verità sia l’unica vera, allora, per definizione, discriminerai le altre, gli altri. A meno che non si sottomettano, non diventino proseliti.
È l’iper-semplificazione della complessità che genera questo pensiero binario, che è un precursore della discriminazione. L’esistenza, che tu lo voglia o meno, è un puzzle il cui numero di pezzi cresce esponenzialmente ogni volta che riesci a posizionarne uno e non ti è neppure dato di conoscere l’immagine generale che dovresti comporre. Figuriamoci quanto possono valere queste soluzioni esistenziali prêt-à-porter. Non esiste un Minimum Viable Product della vita.

Ma non fraintendiamoci, io sono pieno di pregiudizi e parlo dal basso della mia umanità. Tutti siamo gli stronzi per qualcuno. Bisogna raccontarlo spesso questo fatto al proprio ego, che crede di essere il migliore. Il punto è che, se sei consapevole dei tuoi pregiudizi, ogni giorno puoi cercare di emanciparti dall’insieme di credenze e automatismi comportamentali appresi a partire dall’infanzia e coltivati dalla cultura dominante. Se non ne sei consapevole, resti solo uno stronzo. Questo lavoro interiore non significa diventare un santo o seguire le costose indicazioni di qualche ridicolo guru del mercato della crescita personale. Anzi, è esattamente l’opposto.

Se decidi di investire le tue energie in uno scopo vago e non misurabile, che so, salvare il mondo, probabilmente stai solo cercando un alibi per non fare un belino (come diciamo noi genovesi). Se hai visto il film Life of Brian dei Monty Python ricorderai le riunioni inutili dei rivoluzionari. Ecco di cosa sto parlando.
Il tuo spazio di azione concreto e misurabile, invece, è quello che hai a portata di mano: sono le persone che ti circondano, quelle che puoi toccare, con le quali sforzarti di condividere la versione migliore di te stesso. Ma l’energia che abbiamo a disposizione è limitata (almeno, la mia lo è). Per cui se qualcuno non mi rispetta, se agisce dinamiche di attrito selettivo, manipolazione o discriminazione nei miei confronti, ha fatto una scelta, e allora adieu, mon ami. Ci sono altre persone da conoscere. Può sembrare cinico, ma l’opposto è inaccettabile: cambiare se stessi per adeguarsi a un contesto disfunzionale. Assurdo. Eppure questa è la norma in molti ambienti.

Ma cosa significa includere?
L’inclusione è un’esperienza che può essere progettata.
Facciamo un passo indietro.

La maggior parte delle persone ha un’idea stereotipata di inclusione. Generalmente pensiamo alla disabilità, all’etnia e alle discriminazioni di genere intese come disparità uomo/donna. Fine. Timidamente si comincia a parlare anche di orientamento sessuale e identità di genere. Dico timidamente, perché di solito quando si affrontano questi argomenti arriva galoppando l’elefante nella stanza e schiaccia tutto. Non parliamo di inclusione religiosa poi, ché l’elefante si incazza.

Battute a parte, la mia sensazione è che siamo tutti più o meno convinti che l’inclusione riguardi qualcun altro.

Il punto è che le differenze individuali sono molto più articolate e complesse dell’immaginario comunemente associato al tema della diversità. Inoltre non mi piace parlare di diversità, perché questo termine presuppone un parametro di riferimento, uno standard dal quale ci si discosta e, storicamente ha un’accezione negativa: il diverso, l’outsider è la persona da evitare.

Korn Ferry propone un modello delle dimensioni della diversità che è interessante per comprendere quando sia riduttivo il pensiero comune. Le differenze individuali sono da loro classificate secondo sei dimensioni: cognitiva, fisica, valoriale, sociologica, occupazionale e relazionale. Quindi, per esempio, la disabilità è solo uno di questi fattori, che si compone in una matrice con l’età, l’identità di genere, l’orientamento sessuale ma anche lo stile di comunicazione e di apprendimento, le credenze e la cultura ecc.
Un approccio come questo è l’opposto del pensiero binario di cui parlavo. Se si affronta l’inclusione con la complessità in mente, diventa un tema che riguarda tutti. Nessuno escluso.

Allora discriminare una persona perché non si adegua alla tua morale religiosa, o emarginare un dipendente perché ha uno stile di comunicazione e apprendimento differenti o perché ha superato una certa soglia di età (o non l’ha ancora raggiunta), o imporre le tue credenze e le tue attitudini approfittando di una posizione di potere, o pretendere che le persone introverse socializzino nel modo che tu ritieni giusto e così via, sono tutti comportamenti violenti, al pari della discriminazione basata su un concetto inesistente come la razza, sulla disabilità o sulle differenze di genere e identità sessuale.

L’inclusione, quindi, è un’esperienza che si può progettare quando si smette di semplificare il mondo e di credere di sapere cosa sia meglio per gli altri. Il cambio di prospettiva è radicale: al posto di creare un ambiente in cui tutte le persone somigliano a te devi creare un ambiente in cui tutti somigliano a sé stessi.

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