Da studente, ormai circa un milione di anni fa, guadagnavo qualche soldo lavorando per alcuni enti di formazione occupandomi di formare giovani persone con disabilità cognitiva, in particolare ragazzi con Sindrome di Down ma non solo, attraverso l’uso dell’informatica. Ricordo come mi sforzassi di ottenere da loro un livello di autonomia su determinati aspetti della vita quotidiana che era superiore alle loro possibilità oggettive. Ho poi imparato, osservando educatori più esperti di me, che l’inclusione è possibile solo quando rispetti le differenze individuali. Se cerchi di cambiare le persone per adattarle al tuo modello di normalità, stai facendo loro una violenza. Anche se le tue intenzioni sono buone.

Oggi la mia personale visione sull’inclusione si basa su quattro pilastri: il rispetto, la responsabilità, l’autenticità e la conoscenza:

  • Il rispetto è il fattore più importante. La mancanza di rispetto per gli altri è la radice delle microaggressioni quotidiane che tutti subiamo e/o, più o meno consciamente, agiamo. È la causa di questa odiosa libertà di ferire che alcuni considerano un loro diritto. Sarebbe sufficiente il rispetto, per controbilanciare molti degli aspetti peggiori della natura umana.
  • La responsabilità è il dovere di rispondere delle proprie azioni, quello che gli anglosassoni chiamano accountability. Per questo l’infrastruttura dell’inclusione è importante: senza regole, rispettate a partire da chi ha più potere, non ci può essere inclusione. Se, per esempio, consideriamo il mondo del lavoro italiano, la responsabilità per i temi legati all’inclusione è sostanzialmente inesistente. In Italia, il 61% dei lavoratori è impiegato in micro e piccole imprese ed è difficile, se non impossibile, capire quante di queste imprese abbiano una policy di inclusione formalizzata, come invece accade per le multinazionali che operano in Italia, tutte dotate di norme e strutture preposte a gestire i temi relativi a diversità e inclusione sul luogo di lavoro. Oltre al fatto che, nel nostro paese, legiferare su discriminazione, libertà di scelta e diversità è sempre stato, per usare un eufemismo, complicato.
  • Essere autentici significa conoscere e riconoscere i propri pregiudizi e rappresentarsi, con onestà e dignità, per quello che si è in un dato momento della propria evoluzione. Significa anche, e soprattutto, non mentire e non manipolare gli altri. Ci sono contesti in cui, per sopravvivere (a volte letteralmente), è necessario fingere. Ed è banale il fatto che scoprire, o accettare, la propria identità sia tutt’altro che semplice, per alcuni è il lavoro di una vita. Ma non prendiamoci in giro, la maggior parte delle volte l’inautenticità è puro calcolo.
  • Non può esserci inclusione senza conoscenza: la ricerca ha mostrato che le abilità cognitive hanno un ruolo importante nella formazione del pregiudizio, insieme alla cultura in cui si è immersi. Dati relativi alla popolazione inglese mostrano che un basso livello di intelligenza generale nell’infanzia predice maggiore razzismo nell’età adulta. Un effetto largamente mediato dall’ideologia conservatrice. L’analisi di un campione secondario americano ha confermato l’effetto predittivo della scarsa capacità di ragionamento astratto sull’omofobia, effetto mediato dall’autoritarismo e da bassi livelli di contatto intergruppo1. La conoscenza va intesa anche nel senso di incontro umano, fisico, con la diversità. Altrimenti è solo un’operazione di facciata. Al prossimo manager del nuovo millennio che parla di inclusione e responsabilità sociale chiedi quante persone disabili e di etnia, genere o identità sessuale differenti ha realmente incluso nella sua azienda. Altrimenti sono solo chiacchiere.

Poi c’è il guadagno personale, lo squallore di certi politici, l’arrivismo e magari la pura cattiveria (gli stronzi esistono), per questo anche persone intelligenti e colte si comportano come membri del partito nazista dell’Illinois.

Voglio chiarire che non c’è un grammo di moralismo in ciò che scrivo. Non credo in Dio e non partecipo al business della spiritualità. Penso che uno degli aspetti negativi dell’umanità sia la facilità con cui costruiamo sistemi formali basati su assiomi non verificabili e usiamo la nostra capacità di creare narrazioni come uno strumento per esercitare il potere sugli altri (ehm… ce l’ho fatta a prenderla alla larga?). Insomma, dalla transustanziazione al terrapiattismo, per me non c’è poi tutta questa differenza. Sono entrambi memi 2, ma trattati con eleganza ed efficienza organizzativa differente.

Dietro ogni -ismo c’è la convinzione di essere i depositari di una verità, di una soluzione “magica” per le questioni più prosaiche o per le domande fondamentali sull’esistenza. Se credi che la tua verità sia l’unica vera, allora, per definizione, discriminerai le altre, gli altri. A meno che non si sottomettano, non diventino proseliti.

È l’ipersemplificazione della complessità che genera questo pensiero binario, che è un precursore della discriminazione. L’esistenza, che tu lo voglia o meno, è un puzzle il cui numero di pezzi cresce esponenzialmente ogni volta che riesci a posizionarne uno e non ti è neppure dato conoscere l’immagine generale che dovresti comporre. Figuriamoci quanto possono valere queste soluzioni esistenziali prêt-à-porter. Non esiste un Minimum Viable Product del senso della vita.

Ma non fraintendiamoci, io sono pieno di pregiudizi e parlo dal basso della mia umanità. Tutti siamo gli stronzi per qualcuno. Bisogna raccontarlo spesso questo fatto al proprio ego, che crede di essere il migliore. Il punto è che, se sei consapevole dei tuoi pregiudizi, ogni giorno puoi, con fatica, cercare di emanciparti dall’insieme di credenze e automatismi comportamentali appresi a partire dall’infanzia e coltivati dalla cultura dominante. Altrimenti resti solo uno stronzo. Questo lavoro interiore non significa diventare un santo o seguire le costose indicazioni di qualche truffatore del mercato della crescita personale. Anzi, è esattamente l’opposto.

Se decidi di investire le tue energie in uno scopo vago e non misurabile, che so, salvare il mondo, probabilmente stai solo cercando un alibi. Se hai visto il film Life of Brian dei Monty Python (se non l’hai visto, te lo consiglio vivamente!) ricorderai le riunioni inutili dei rivoluzionari. Ecco di cosa sto parlando.
Il tuo spazio di azione concreto e misurabile è quello che hai a portata di mano: sono le persone che ti circondano, quelle che puoi toccare, con le quali sforzarti di condividere la versione migliore di te stesso. Ma l’energia che abbiamo a disposizione è limitata, almeno la mia lo è. Per cui, se qualcuno non mi rispetta, se agisce dinamiche di attrito selettivo, manipolazione o discriminazione nei miei confronti, ha fatto una scelta, e allora adieu, mon ami. Ci sono altre persone da conoscere. Può sembrare cinico, ma l’opposto è inaccettabile: cambiare sé stessi per adeguarsi a un contesto disfunzionale. Insensato. Eppure, questa è la norma.

Ma cosa significa includere?
L’inclusione è un’esperienza che può essere progettata.
Facciamo un passo indietro.

Se consideriamo la narrativa predominante nei media e la comune retorica politica, è evidente che in Italia domina ancora una visione parziale dei temi legati a diversità e inclusione. Generalmente il dibattito si limita alle discriminazioni di genere e, molto meno frequentemente, alla disabilità. Timidamente, però, anche nel nostro paese si comincia a parlare di identità di genere e orientamento sessuale oltre, ovviamente, all’elefante nella stanza dell’immigrazione e della discriminazione razziale che ne consegue.

La mia sensazione è che siamo tutti più o meno convinti che l’inclusione riguardi qualcun altro.

Le differenze individuali sono molto più articolate e complesse dell’immaginario comunemente associato al tema della diversità. Usare il termine “diversità”, tra l’altro, presuppone un parametro di riferimento, uno standard dal quale ci si discosta e il discorso normalità versus diversità ha una tradizione culturale negativa: il diverso, l’outsider è quasi sempre la persona da evitare.

La società di consulenza Korn Ferry propone un modello delle dimensioni della diversità che è interessante per comprendere quando sia riduttivo il pensiero comune. Le differenze individuali sono da loro classificate secondo sei dimensioni: cognitiva, fisica, valoriale, sociologica, occupazionale e relazionale. Per fare un esempio, nella definizione dell’identità di una persona, la disabilità è solo uno di questi fattori, che si compone in una matrice con l’età, l’identità di genere, l’orientamento sessuale ma anche lo stile di comunicazione e di apprendimento, le credenze, la propria cultura, e così via.
Un approccio come questo è l’opposto del pensiero binario di cui parlavo. Se si affronta il discorso sull’inclusione usando un approccio sistemico e biopsicosociale (cioè che integra aspetti psicologici, sociali e ambientali) affrontando la complessità psicologica e sociologica umana, diventa un tema che riguarda tutti. Nessuno escluso.

Allora discriminare una persona perché non si adegua alla tua morale religiosa, o emarginare un dipendente perché ha uno stile di comunicazione e apprendimento differenti o perché ha superato una certa soglia di età (o non l’ha ancora raggiunta), o imporre le tue credenze e le tue attitudini approfittando di una posizione di potere, o pretendere che le persone introverse socializzino nel modo che tu ritieni giusto e così via, sono tutti comportamenti violenti, al pari della discriminazione basata su un concetto inesistente come la razza, sulla disabilità o sulle differenze di genere e identità sessuale.

L’inclusione, quindi, è un’esperienza che si può progettare quando si smette di semplificare il mondo e di credere di sapere cosa sia meglio per gli altri. Il cambio di prospettiva è radicale: al posto di creare un ambiente in cui tutte le persone somigliano a te devi creare un ambiente in cui tutti somigliano a sé stessi.

Ultimo aggiornamento 22 Ottobre 2021.

Note

  1. Gordon Hodson, Michael A Busseri, “Bright minds and dark attitudes: lower cognitive ability predicts greater prejudice through right-wing ideology and low intergroup contact.”, in Psychological Science, v. 23, n. 2 (2012), pp. 187-95
  2. Il termine «meme» è stato inventato da Richard Dawkins nel 1976. Qui lo uso nel suo significato originale e non in quello popolare oggi associato alle immagini virali che infestano i social media (anche se è tecnicamente corretto chiamarle memi). Dawkins definisce il meme, che è l’abbreviazione di mimeme, come il gene della cultura umana: «una unità di trasmissione culturale, o unità di imitazione». I memi sono melodie, idee, frasi ad effetto, mode, metodi per costruire oggetti e strutture, ecc. Si replicano oralmente o in forma scritta e, in generale, attraverso tutti i media, passando da cervello a cervello, seguendo essenzialmente le stesse regole dei geni biologici. Dawkins li paragona anche a virus mentali, con differente potere “infettivo”. L’idea di Dio è un esempio di meme.
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1 Commento

  • Glauco Terzi
    Posted 23 Aprile 2021 at 19:40 0Likes

    Qualche giorno fa ho sentito una frase che il tuo articolo mi ha fatto riemergere prepotentemente: “Abbracciamo la complessità”.
    Non è possibile semplificare sempre tutto, le complessità esistono, le diversità esistono dobbiamo solo accettarle ed abbracciarle, solo così possiamo tentare di comprenderle.

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