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Il mio bilancio dopo oltre un anno di remote working

Per uno come me che ha passato metà della sua vita a fare il consulente peripatetico, il remote working non era di certo un concetto alieno neppure vent’anni fa, inoltre ho sempre pensato che l’idea stessa di ufficio fosse un residuo del passato adatto a persone e aziende vecchie; in particolare ho sempre odiato l’open space, un’aberrazione socio-architettonica, i cui presunti vantaggi sono stati ampiamente smentiti dalla ricerca (per esempio ecco un recente articolo sul tema), ma tant’è quell’illusione di controllo sulle persone, l’ufficio panopticon direbbe Foucault, e la presunzione di indurre maggiore produttività e socializzazione – quando, al contrario, indossiamo le cuffie per isolarci e, se dobbiamo co-creare, cerchiamo immediatamente una sala riunione – affascinano ancora i manager meno evoluti.

Avrete capito, quindi, che sono un fan del remote working, ma lavorare senza un ufficio, per me, funziona solo se sono soddisfatti alcuni requisiti tecnici e psicologici:

  1. Il tipo di lavoro che fai lo deve consentire. È un’ovvietà ma meglio ricordarla.
  2. Devi avere sempre a disposizione una connessione dati seria e un set di strumenti software di collaborazione ben progettati e condivisi con il team e con i clienti. Altra ovvietà, ma se il massimo che ti concedi è l’e-mail, lascia perdere.
  3. Devi essere disposto a muoverti: l’immagine del nerd che lavora in casa, in mutande davanti al computer sommerso da residui di pizza vecchi una settimana, è una stupidaggine (oddio… può capitare… per questo bisogna sempre fingere che la webcam non funzioni). La verità è che lavorare da remoto vuol dire anche saper individuare uno spazio produttivo in qualsiasi contesto, dal bar, al treno, al rifugio di alta montagna, passando per il coworking pieno di hipster, e finendo nella stanza senza finestre presso la sede del cliente, non è da tutti entrare nel flow in qualsiasi contesto. Per essere ancora più chiari, per me, remote working significa anche passare, senza lamentarsi, qualche settimana al mese lontano da casa.
  4. Devi essere in grado di organizzare il tuo tempo e improvvisare soluzioni, perché nessuno lo farà per te. Se hai bisogno di rituali e liturgie rassicuranti, lascia perdere.
  5. Devi essere disposto a un notevole mindset shift, che, per esempio, potrebbe portarti a non considerare totalmente assurde le seguenti frasi: il senso di appartenenza non è un luogo; l’unico modo per non perdere tempo ai meeting, è non farli; l’unico driver per la produttività è la felicità; il miglior metodo di project management è la libertà ecc.

Il mio bilancio di quest’anno è molto positivo. L’indicatore oggettivo più chiaro è stato l’incremento della produttività: faccio più cose in minor tempo e, paradossalmente, il lavoro di gruppo funziona meglio: meno meeting inutili e maggiore libertà creativa per il team. C’è, però, un ultimo fattore chiave da considerare: io lavoro per un’azienda teal, in cui il principio del self-management consente libertà che in altri contesti sono inimmaginabili. Per questo il remote working funziona in maniera direttamente proporzionale al livello evolutivo dell’azienda per cui lavori.

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