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Il mio bilancio dopo due anni di remote working

Ultima modifica: 4 maggio 2019

Ho passato metà della mia vita a fare il consulente. Il remote working non è mai stato un concetto alieno per me.

Quando entro in un ufficio, la prima impressione che ho è quella di essere chiuso in gabbia. In particolare ho sempre odiato l’open space, un’aberrazione socio-architettonica, i cui presunti vantaggi sono stati ampiamente smentiti dalla ricerca (per esempio ecco un articolo sul tema, oppure un altro).

Qualche tempo fa ho visto un piacevole video in cui Matt Mullenweg spiega l’approccio di Automattic al lavoro da remoto, che loro chiamano, più correttamente, lavoro distribuito. Un’azienda di successo fatta da oltre 800 persone sparse per il mondo e nessun ufficio. Poi ho cercato di spiegarmi perché la maggior parte delle aziende resista a questo passo evolutivo.

Le giustificazioni solitamente sono legate al tipo di lavoro, all’illusione del controllo o a un concetto antiquato di dinamica di gruppo. Ok, tutto plausibile. Ma io credo ci sia anche un altro motivo: private del setting in cui esercitare il potere, le funzioni di comando e controllo perdono senso. Un middle manager che, facilitato dall’architettura a caste di un ufficio tradizionale, danza la danza del dare l’impressione di fare (avete presente l’aristocratica gravità con cui camminano? Come se dall’esito della successiva riunione inutile dipendesse il destino della civiltà occidentale) come potrebbe farlo, solo con sé stesso o in uno spazio di co-working?

Il lavoro distribuito favorisce il self-management e la produttività, perché sei costretto a organizzare meglio il tuo tempo e sei più consapevole dell’importanza, per la salute della tua azienda, dell’output che i tuoi pari si aspettano da te. Sei più responsabile. Da remoto, si lavora meglio, e chi ha fatto questa esperienza sa che è vero.

Il mio bilancio di questi due anni è, quindi, positivo. L’indicatore oggettivo più chiaro è stato l’incremento della produttività: faccio più cose in minor tempo e – in maniera solo apparentemente paradossale – il lavoro di gruppo funziona meglio.

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