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Il futuro incerto del design digitale

Ultima modifica: 4 maggio 2019

Disclaimer: questo è un post molto triste.

Quando, circa venticinque anni fa, iniziai inaspettatamente a studiare psicologia, gli amici pensavano avrei scelto architettura. Da sempre tendo a fare il contrario di ciò che ci si aspetta da me. Alla fine abbandonai anche psicologia, per un giocattolo: un computer comprato da un oscuro personaggio che li assemblava nel suo garage per arrotondare lo stipendio. Ora mi occupo di design digitale e quel periodo di studio a Torino mi ha lasciato la passione per la filosofia della mente e la scienza cognitiva.

Questo per dire che non ho alcun titolo accademico per parlare di design, non ho studiato i grandi maestri, non ho un master in qualche esotica materia creativa, non frequento i circoli culturali giusti, non sono un artista (ok suono la chitarra, ma non conta). Ho solo un po’ di anni di esperienza nel progettare e valutare interfacce digitali.

Nell’ultimo decennio è evidente il mutamento di approccio dei grossi player verso il design digitale. Fino a non poi così tanti anni fa ad occuparsi di design digitale, a un livello superiore a quello artigianale, erano prevalentemente le agenzie di comunicazione tradizionali. Il digitale era considerato poco più di un regalo da fare al cliente.

Oggi, persino le multinazionali che fino a ieri si occupavano di audit e finanza, si sono convertite al design (con risultati francamente opinabili). La consulenza per la digitalizzazione delle aziende è il business di questo decennio e, per essere competitivi, bisogna saper progettare esperienze digitali. O, almeno, fingere di saperlo fare. Per questo, di colpo, l’azienda che ieri ti revisionava il bilancio, oggi ti progetta l’e-commerce.

È una questione di sopravvivenza: non esiste più un prodotto che non sia digitale, perché, se non lo è per natura, è comunque immerso in un ecosistema digitale nel quale l’esperienza pervasiva del prodotto è il prodotto stesso.

Molte piccole agenzie, una volta boutique di eccellenza grafica, oggi stanno facendo la fine dei negozi di quartiere all’apertura del centro commerciale. Spariscono. Non hanno di certo la forza per rispondere alle richieste di un mercato che non si accontenta più di una bella vetrina, ma pretende una piattaforma digitale. E, forse, è giusto che sia così.

Se aggiungiamo a questo processo la banalizzazione della figura del designer, con l’invasione di un esercito di UX-something post-adolescenti, che confondono l’acquisizione di una prassi meccanica, mutuata da altre discipline, con la definizione di una cultura professionale, il quadro è desolante.

L’uso diffuso di design language standardizzati rappresenta il perfetto complemento di questo processo di annichiliménto della creatività. Innegabilmente i design system hanno migliorato le interfacce dei software, sono un aiuto indispensabile per il programmatore che non ha competenze grafiche, migliorano l’output in un processo a catena di montaggio, in cui tutte le interfacce, però, alla fine si somigliano.

Ma questo non è design.

La mia età anagrafica mi consente di fare un parallelo tra la deriva del design digitale verso l’omologazione, e la convergenza della Rete meravigliosamente naive degli anni ‘90 (che ha prodotto sia l’orrendo sia il sublime) verso la dittatura dell’interfaccia che colossi dello spazio relazionale chiuso, come Facebook o Google, ci impongono oggi. Siamo passati da una tavolozza di colori e una tela bianca, a un album di disegni da colorare.

Dall’eccesso di creatività, all’eccesso di regole.

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