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Il futuro incerto del design digitale

Disclaimer: questo è un post molto triste.

Quando circa venticinque anni fa iniziai inaspettatamente a studiare psicologia, tutti scommettevano avrei scelto architettura, da sempre, però, tendo a fare il contrario di ciò che ci si aspetta da me e, alla fine, abbandonai anche psicologia, per un giocattolo: un computer comprato in nero da uno strano personaggio che li assemblava nel suo garage per arrotondare lo stipendio. Ora mi occupo di design digitale, con la stessa passione per la filosofia della mente, e un’attrazione morbosa per la matematica nascosta nelle forme.

Questa introduzione per dire che non ho alcun titolo per parlare di design, non ho studiato i grandi maestri, non ho un master in qualche esotica materia creativa, non frequento i circoli culturali giusti, non sono un artista. Ho solo un po’ di esperienza empirica nel progettare e valutare interfacce digitali.

Nell’ultimo decennio è evidente il mutamento di approccio dei grossi player verso il design digitale. Fino a non poi così tanti anni fa ad occuparsi di design digitale, a un livello superiore a quello artigianale, erano prevalentemente le agenzie di comunicazione tradizionali. Il digitale era considerato poco più di un regalo da fare al cliente.

Oggi, persino multinazionali che fino a ieri si occupavano di audit e finanza, hanno una divisione di design, o, come detta la moda del momento, di user experience.

È una questione di sopravvivenza: non esiste più un prodotto che non sia digitale, perché, se non lo è per natura, è comunque immerso in un ecosistema digitale nel quale dominano l’esperienza e la raccolta del dato prodotto dall’esperienza.

La consulenza per la digitalizzazione delle aziende è il business di questo decennio e, per essere competitivi, bisogna saper progettare esperienze digitali. O, almeno, fingere di saperlo fare. Per questo, di colpo, l’azienda che ieri ti revisionava il bilancio, oggi ti progetta l’e-commerce.

Molte piccole e medie agenzie, una volta boutique di eccellenza grafica, oggi stanno facendo la fine dei negozi di quartiere all’apertura del centro commerciale. Questo anche perché non hanno di certo la forza per rispondere alle richieste di un mercato che non si accontenta più di una bella vetrina, ma pretende una piattaforma digitale pervasiva.

Se aggiungiamo a questo processo la progressiva banalizzazione della figura del designer digitale, con l’avvento di un esercito di progettisti di esperienze post-adolescenti, che confondono l’acquisizione di una prassi mutuata da altre discipline con la definizione di una cultura professionale, ma poi, se glielo chiedi, non sanno nulla della teoria dei colori, il quadro è desolante.

L’uso diffuso di design language standardizzati rappresenta il perfetto complemento di questo processo di annichiliménto della creatività. Innegabilmente i design system hanno migliorato le interfacce dei software, sono un aiuto indispensabile per il programmatore che non ha competenze grafiche, migliorano l’output senza sforzo. Senza sforzo, appunto.

Ma questo non è design.

La mia età anagrafica mi consente di fare un parallelo tra la deriva del design digitale verso l’omologazione, e la convergenza della Rete meravigliosamente naive degli anni ‘90 (che ha prodotto sia l’orrendo sia il sublime) verso la dittatura dell’interfaccia che colossi dello spazio relazionale chiuso, come Facebook o Google, ci impongono oggi. Siamo passati da una tavolozza di colori e una tela bianca, a un album di disegni da colorare.

Dall’eccesso di creatività, all’eccesso di regole.

Categorized: Design

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