Salta al contenuto
Close
Hit enter to search or ESC to close

Gli scappati di casa della UX

Ultima modifica: 15 maggio 2019

Solo una persona molto presuntuosa o molto stupida può pensare di non avere rivali nel suo campo. Io sono convinto esattamente dell’opposto: so di essere bravo nel mio lavoro ma so anche che esistono professionisti più bravi di me nel mercato. E che tutti possiamo sbagliare. È una questione di consapevolezza e onestà intellettuale.

Detto questo.

Molte aziende che comprano servizi UX non hanno gli strumenti per distinguere un’offerta seria da una frode. I committenti non sanno cosa stanno comprando e non sempre riescono a riconoscere il dilettantismo. Purtroppo i dilettanti arrivano anche dai luoghi meno ovvi: per esempio le grandi multinazionali o gli ambienti accademici. Quindi non è per niente facile difendersi.

Come evitare di foraggiare gli scappati di casa della UX?

  1. Se l’offerta, o il documento di presentazione di una gara, è impaginato come il libro degli schizzi di un paziente psichiatrico e viola tutte le leggi del design tipografico – mentre i contenuti sono una sorta di découpage di plagi che neppure ai campionati mondiali di copia e incolla – siete fregati. Come aspettarsi serietà e qualità da chi non è in grado di impaginare una presentazione?
  2. Vi hanno spiegato il loro metodo? Nella documentazione è specificato chiaramente un workflow? Se lo sviluppo prevede Agile, hanno chiarito come integrare le attività UX nel framework? C’è qualcosa di originale nell’approccio al design o è l’ennesimo noioso Double Diamond? Oppure non sarà che hanno esagerato con la teoria per nascondere l’assenza di esperienza?
  3. Esiste un portfolio? Esistono online lavori che i membri del team hanno realizzato in passato? Se non siete in grado di valutare le competenze grafiche, avete coinvolto un consulente in grado di farlo durante la selezione?
    Bonus: un test infallibile → Se si definiscono i migliori in qualcosa, allora sono i peggiori.
  4. L’offerta economica è accompagnata dal dettaglio delle singole attività insieme alla quantificazione delle giornate uomo necessarie per svolgere ognuna di esse? No? Oppure si, ma qualcosa non vi torna? Bene, chiedete a chi sta presentando di raccontarvi il significato delle singole attività. Se ha bisogno di leggere è un truffatore.

Agli scappati di casa suggerisco di mettersi in gioco nel mercato senza barare. Fare esperienza prima di dichiarare di averla: essere onesti. Provare ad essere creativi. Sviluppare strategie di progettazione innovative e lasciare i docenti universitari ad ammuffire nelle loro aule.

2 commenti su “Gli scappati di casa della UX”

  1. Ciao Marco, ho già commentato qui un tuo vecchio post e ora mi ritrovo ad avere ancora la mia da dire. Hai uno stile veramente “pungente”, o quanto meno questo è quello che mi arriva!

    Come l’altra volta sono d’accordo con te su alcuni punti ma rimango un po’ in sospeso alla fine della tua argomentazione.
    Mi spiego meglio: l’onestà è uno dei valori che più apprezzo e cerco di rispettare, MA, presentarsi ad un cliente come INESPERTI però (presumibilmente, a questo punto) COMPETENTI come può convincere un cliente ad affidarsi a te?

    Forse l’essere creativi al quale ti riferisci, vuol dire trovare in quello che si è fatto (e quindi nella propria vera esperienza) dei punti in comune con quello che in realtà si vorrebbe fare e per il quale ci si sta formando?

    Attendo come sempre una tua “pungente” risposta 🙂

    1. Ciao Serena 🙂
      Posso dirti che io reputo la sincerità un argomento sempre vincente. Ovviamente se il punto di partenza è il possesso di una professionalità seria, che non vuol dire sapere tutto. I professinisti full-stack sono un mito a cui credono solo gli HR manager più cretini. Come le agenzie che a parole fanno qualsiasi cosa, dall’hosting al business design, salvo poi dare tutto in outsourcing una volta ottenuta la commessa. Il mercato oggi è complesso e non è più credibile proporsi come omni-saccenti. Quando io non so fare qualcosa, lo ammetto e propongo una soluzione alternativa.

      Se un cliente cade nella trappola commerciale – il cui mantra è vendi qualsiasi cosa, anche tua madre! – allora forse non è un cliente evoluto e non so se mi interessa avere rapporti con persone poco evolute, perché alla fine le perdite superano sempre i guadagni.

      In questo post ce l’ho con due categorie: i professionisti o le agenzie che non hanno le basi culturali minime per approcciare a un progetto di design e hanno il coraggio di mettersi sul mercato della UX (non si tratta di essere alle prime armi: si tratta di essere ai limiti della truffa, di non saper neppure mettere insieme una presentazione credibile) e i clienti che non si muniscono degli strumenti minimi per valutare una proposta di design e cadono nella trappola. Se io fossi un cliente che legge questo articolo, applicherei alla lettera i 4 punti di valutazione di un’offerta che cito la prossima volta che organizzo una selection.

      Chiaramente io parlo di un mondo raro, onesto, non di quello – molto più comune – in cui l’agenzia vincente è determinata da una partita a golf tra due C-Level. In questo caso c’è poco da fare.

      L’incompetenza dolosa Serena è presente in tutti gli ambienti locali o multinazionali. Recentemente l’ho trovata in ambito accademico. Ma basta seguire le notizie per scoprire, per fare un esempio, che un cliente ha fatto causa ad Accenture

      after consultancy ‘never delivered a functional site or mobile app’

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.