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L’espertismo

Ultima modifica: 15 luglio 2019

Chi lavora nel campo del design conosce molto bene il fenomeno dell’auto-attribuzione di competenza che colpisce tutte le persone coinvolte nel processo di progettazione. Dal manager al programmatore.

Perché anche persone razionali e colte, che in altri contesti eviterebbero di esprimere opinioni, consapevoli della loro ignoranza specifica, quando si tratta di design entrano in modalità Dolce e Gabbana?

La mia tesi è che esista un vero e proprio bias cognitivo specifico che chiamerò espertismo.

In un suo libro Daniel Dennett scrive, a proposito delle conseguenze nefaste del dualismo cartesiano e della conseguente difficoltà di molti ad accettare la coincidenza tra mente e cervello:

Le persone si lasciano tranquillamente istruire sulle proprietà chimiche del calcio o sui dettagli microbiologici del cancro, ma pensano di avere una particolare autorità personale in merito alla natura delle proprie esperienze coscienti che permette loro di avere la meglio su qualunque ipotesi giudichino inaccettabile.

Il valore di un prodotto è evidentemente legato all’esperienza cosciente di chi lo fruisce, e, in merito alle nostre esperienze, ci riteniamo i massimi esperti. Il problema è quando questa autorità qualitativa, che è utile quando la eserciti per scegliere il divano che preferisci tra un’offerta variegata di divani, ti illude di essere in grado di esprimere opinioni generali sulla progettazione e la fisica dei divani, al pari di un vero product designer.

Quando un consulente, un manager, un programmatore, il portinaio o il fruttivendolo, iniziano ad esprimere opinioni sulla palette di colori, sugli spazi passivi, sulle micro interazioni, sul copy ecc. siamo di fronte a gravi casi di espertismo.

Quando un designer si confronta con una persona di potere e malata di espertismo, il designer – inevitabilmente – muore.

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