L’Italia, a partire dal 2004, ha una legge sull’accessibilità digitale che contiene una serie di disposizioni pensate per favorire l’accesso all’informazione da parte delle persone con disabilità. Nell’Articolo 1 della legge si dichiara che: «La Repubblica riconosce e tutela il diritto di ogni persona ad accedere a tutte le fonti di informazione e ai relativi servizi, ivi compresi quelli che si articolano attraverso gli strumenti informatici e telematici».

Questa legge è tutt’altro che perfetta e ha mostrato negli anni tutti i suoi difetti, in primis il fatto che non sia sanzionatoria, e quindi largamente ignorata da chi dovrebbe applicarla, nonostante abbia sicuramente segnato uno spartiacque tra il nulla che c’era prima e “qualcosa”.

In quegli anni iniziai a collaborare come libero professionista con l’allora CNIPA1 proprio grazie al fatto che avevo individuato un errore nelle regole tecniche. È uno dei pochi vantaggi, forse l’unico, dell’essere un perfezionista.

La legge 4/2004 ha subito negli anni alcuni miglioramenti. Per esempio, oggi l’enunciato è più inclusivo, anche se mi stupiscono sempre gli errori grossolani nell’uso delle lettere accentate e l’imprevedibilità delle virgole, giudicate voi: «Disposizioni per favorire e semplificare l’accesso degli utenti e, in particolare, delle persone con disabilita’ agli strumenti informatici». Sono anche stati fatti alcuni discutibili tentativi per allargarne la portata anche alle aziende private.

A tal proposito vale la pena approfondire uno di questi tentativi. Sono necessarie due premesse:

L’Unione Europea, nella Guida dell’utente alla definizione di PMI, definisce le imprese secondo i seguenti criteri:

  • Microimpresa: meno di 10 occupati e fatturato o totale di bilancio annuo non superiore a 2 milioni di euro.
  • Piccola impresa: meno di 50 occupati e fatturato o totale di bilancio annuo non superiore a 10 milioni di euro.
  • Media impresa: meno di 250 occupati e fatturato annuo non superiore a 50 milioni di euro o totale di bilancio non superiore a 43 milioni di euro.

L’Istat, nel Rapporto annuale 2020 – la situazione del paese, chiarisce molto bene la situazione in Italia:

  • Il 95,1% delle imprese italiane sono microimprese.
  • Le piccole imprese sono il 4,3%.
  • Le medie imprese sono lo 0,5%.
  • Le imprese che superano i 250 addetti sono solo lo 0,1%.

Questi dati sono rimasti pressoché costanti dal 2011 al 2017 ed è ragionevole pensare che lo resteranno nonostante l’influsso negativo della pandemia.

La domanda più importante, quando si parla di una legge, è chi sia davvero costretto a rispettarla. La risposta è scritta chiaramente nel comma 1 dell’Art. 3. A me interessa di più il comma 1bis di questo articolo, che dovrebbe estendere l’obbligo alle aziende private, e che, nel testo in vigore al 14/09/2020, recitava (sempre con gli accenti errati sia chiaro):

1. La presente legge si applica alle pubbliche amministrazioni di cui al comma 2 dell’articolo 1 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, agli enti pubblici economici, alle aziende private concessionarie di servizi pubblici, alle aziende municipalizzate regionali, agli enti di assistenza e di riabilitazione pubblici, alle aziende di trasporto e di telecomunicazione a prevalente partecipazione di capitale pubblico e alle aziende appaltatrici di servizi informatici, agli organismi di diritto pubblico ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 1, punto 4, della direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014 nonche’ a tutti i soggetti che usufruiscono di contributi pubblici o agevolazioni per l’erogazione dei propri servizi tramite sistemi informativi o internet.
((1-bis. La presente legge si applica altresi’ ai soggetti giuridici diversi da quelli di cui al comma 1, che offrono servizi al pubblico attraverso siti web o applicazioni mobili, con un fatturato medio, negli ultimi tre anni di attivita’, superiore a novecento milioni di euro.))

http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2004-01-09;4!vig=2020-09-14

Nel testo vigente al momento in cui scrivo, i novecento milioni sono diventati cinquecento, quasi la metà:

1-bis. La presente legge si applica altresi’ ai soggetti giuridici diversi da quelli di cui al comma 1, che offrono servizi al pubblico attraverso siti web o applicazioni mobili, con un fatturato medio, negli ultimi tre anni di attivita’, superiore a ((cinquecento)) milioni di euro.

http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2004-01-09;4!vig=2021-07-01

Che siano 900 o 500 è chiaro che se hai una media di fatturato del genere non puoi essere una PMI. Quindi stiamo parlando dello 0,1% delle aziende italiane. Ma io sono convinto che sia addirittura una frazione di quello 0,1 dato che, secondo i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, le aziende italiane che fatturano più di 250 milioni sono lo 0,04% del totale (fonte: Truenumbers.it) e nella legge si parte addirittura dal doppio!

Non pretendo di conoscere le motivazioni di queste scelte, tengo per me i miei sospetti. Certo è che il fatto che si sia passati al volo da 900 a 500 milioni fa pensare che io non sia l’unico ad avere dei dubbi, ma anche che ci sia stato davvero poco pensiero da parte del legislatore (e sono buono).

Insomma, siamo molto lontani dall’applicazione della Legge 4/2004 alle aziende private. Quando si tenta di migliorare una legge andrebbero considerate le caratteristiche del contesto socioeconomico. Andrebbe fatta almeno un minimo di ricerca sul campo. Per esempio, bisognerebbe chiedersi se sia più importante per le persone l’impatto dell’accessibilità dei servizi offerti dalle PMI rispetto a quelli offerti dalle multinazionali e dalle poche aziende italiane molto grandi. La risposta non è così semplice e io non ho di certo soluzioni.

Da un lato, la stragrande maggioranza degli italiani lavora per e/o interagisce con le PMI. Le agenzie di comunicazione piccole o medie, quelle che realizzano i siti web delle PMI, con questa legge sono fuori da ogni obbligo così come i loro clienti privati. Dall’altro le multinazionali e le grandi aziende, che invece rientrano potenzialmente nell’obbligo, sviluppano i sistemi operativi, i software di produttività, gli ecosistemi digitali delle banche e gli e-commerce più importanti. Quindi?

Finché si resterà aggrappati a un sistema censorio che tenta di imporre l’accessibilità solo per legge ci saranno sempre forti pressioni politiche ed economiche (ma c’è differenza?) per annullare di fatto gli effetti delle norme. Inoltre, non faccio fatica a immaginare le grandi aziende e le multinazionali meno etiche che, a fronte dell’assenza di sanzioni serie, preferiranno pagare qualche multa piuttosto di investire nell’acquisizione delle competenze necessarie per includere l’accessibilità nelle loro strategie di product management.

Per raggiungere l’obiettivo dell’inclusione, ci vogliono, in sinergia con la legge, formazione e cultura. Soprattutto cultura organizzativa. Solo attraverso l’evoluzione dell’anima delle aziende, in particolare quelle piccole e medie che sono la stragrande maggioranza, si otterrà ciò che una legge da sola non potrà mai ottenere.

Ultimo aggiornamento 11 Agosto 2021.

Note

  1. Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione