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Che cos’è l’innovazione?

La parola innovazione è forse una delle più abusate dell’ultimo decennio. C’è una narrativa così ingenua sull’argomento da generare nella massa l’illusione romantica di essere tutti potenziali innovatori. Gli Elon Musk della Brianza insomma, solo più sfortunati – ma vedrai che con la prossima startup sfondiamo. Purtroppo non è così.

Non esiste una ricetta, un metodo per essere innovativi, come non esiste una pillola per essere intelligenti. Non c’è un canvas o un framework che – sul serio – trasformi un gruppo di studenti, di manager o di designer mediocri in creativi o visionari. Così come non tutti sono simpatici o belli, non tutti sono innovatori.

Io definisco l’innovazione come la capacità di generare soluzioni evoluzionisticamente stabili in ambienti complessi o ostili. Quindi l’innovatore, per me, ha una mente naturalmente portata a unire i puntini per formare un disegno dove gli altri vedono il caos. Un disegno che funziona, che risolve un problema.

Non si può insegnare una qualità come questa. È la proprietà emergente dalla propria storia personale, la propria cultura e il proprio sistema cognitivo.

Una delle caratteristiche essenziali degli innovatori è la visione olistica: è estremamente difficile che persone verticalizzate su una singola competenza sviluppino pensiero laterale. Per questo, secondo me, gli innovatori sono tutti in qualche misura polymath. Sono persone difficilmente categorizzabili negli schemi semplicistici che usiamo per orientarci socialmente. Sono essenzialmente dei disadattati. Per questo è altamente improbabile che un innovatore sia felicemente integrato in un sistema gerarchico, a meno che non sia al vertice.

Si potrebbe dire che l’intero sistema di gestione aziendale command and control sia strutturato per isolare ed espellere gli innovatori. Trovate un’azienda il cui il management supporti o esalti le figure meno conformiste e più creative e vi offrirò una birra. Non importa quello che vi raccontano ai convegni. La verità è che il mantenimento dello status quo necessità di un esercito di stupidi funzionali. Il cambiamento è una minaccia per chi deve rispondere agli azionisti.

Come fanno, quindi, le aziende mainstream ad innovare? Generalmente vanno al traino. Raccolgono le idee dai cadaveri degli imprenditori innovativi. O se li comprano, quando l’idea innovativa ha raggiunto il plateau della produttività.

Un quadro desolante. Ma c’è speranza: non tutte le aziende sono miopi. Qualche volta si riesce a fare un po’ di design thinking anche nei contesti meno ovvi. E dovreste vedere l’entusiasmo delle persone coinvolte. Ma è necessario distinguere tra il manager illuminato e quello gattopardiano che pratica il se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. E alla fine del workshop, tutto torna come prima.

L’innovazione non riguarda solo prodotti e servizi, ma anche i processi. Innovare non significa solo inventare l’ennesima app o sviluppare una nuova tecnologia.

Ecco un esempio di innovazione laterale: l’azienda per cui attualmente lavoro è una b-corp e una teal organisation. In questo ambiente particolare è nato un approccio innovativo alla gestione delle transazioni commerciali con i clienti. Ad ogni nuovo cliente proponiamo un accordo di interdipendenza, che consiste in uno “sconto” sui prezzi delle prestazioni attuato solo a patto che il denaro scontato sia investito dal cliente in attività che generino benessere per la collettività e l’ambiente. Le attività devono essere misurabili e noi ci occupiamo di controllare che l’accordo sia rispettato. In questo modo qualsiasi nostra attività genera un impatto positivo sul mondo.

Un’idea che sembra molto semplice (una volta che qualcun altro l’ha avuta, nella fattispecie Francesco Mondora) ma estremamente innovativa e con un potenziale rivoluzionario rispetto alla responsabilità sociale dei propri clienti.

Per fare innovazione bisogna imparare ad accettare e valorizzare le differenze individuali, creare un ambiente in cui l’intelligenza sia valorizzata e la diversità sia un valore. Io non credo, come ho scritto all’inizio dell’articolo, nei metodi miracolosi. I manager dovrebbero imparare a riconoscere le persone dotate di pensiero laterale e creativo e dare loro il massimo supporto.

Ma attenzione: spesso questi sono quelli strani, i ribelli. I rompicoglioni. Proprio i candidati che HR scarta.

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