14 consigli per approcciare l’accessibilità digitale con la giusta mentalità

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Circa sedici anni fa cominciai a studiare e a praticare l’accessibilità. Prima come consulente per le pubbliche amministrazioni centrali e poi come specialista di riabilitazione informatica.

Il mio lavoro e la mia vita sono cambiati molto, ma sono contento che oggi si parli nuovamente di accessibilità digitale, le definizioni sono diverse, ora è più cool parlare di Inclusive Design, ma la sostanza è la stessa. Ho deciso, quindi, di scrivere una serie di suggerimenti che, forse, potranno essere utili a chi approccia per la prima volta questo argomento.

1. Le statistiche che mostrano il numero di persone disabili sono fuorvianti

Suggerisco, a questo riguardo, di leggere l’ICF: la classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute pubblicata nel 2001 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In sintesi è stato abbandonato il modello medico di definizione della disabilità, che purtroppo ancora permea la nostra cultura, per adottare il modello del funzionamento umano, che, tra le altre cose, include la dimensione sociale nell’equazione ed è un salto evolutivo dal punto di vista della discriminazione e del pregiudizio, perché il livello di funzionamento umano riguarda tutti, disabili o meno.

Dire, come fa l’ISTAT che in Italia ci sono circa tre milioni di disabili (o quattro secondo altre fonti) significa non aver capito nulla. Significa ignorare le disabilità temporanee, i deficit sensoriali o motori dovuti all’età e che non sono tecnicamente disabilità (per quanto tempo ignoreremo ancora la silver society?), le tematiche cognitive, le differenze individuali (come la dislessia, o la cecità ai colori ecc.).

2. L’idea che le persone disabili siano un peso per la società è ridicola

In una ricerca del 2008 su accessibilità e business si dice: “It is estimated that the disabled community controls a discretionary income of over $175 billion annually in the US, according to the U.S. Department of Labors”.1.

L’immaginario della persona disabile come componente improduttiva della società dovrebbe essere un retaggio del passato, mentre è ancora presente. Per esempio l’inclusione della disabilità nel mondo del lavoro è vista, dall’imprenditore medio, nella peggiore delle ipotesi come un noioso obbligo di legge e nella migliore come filantropia. Questa miopia cognitiva porta anche a sottovalutare commercialmente la comunità delle persone disabili, non investendo seriamente nell’accessibilità dei propri canali di vendita (online e offline).

3. Progettare senza accessibilità è come costruire un negozio senza ingresso

Ho conosciuto UX e Service Designer, ma anche Marketing e Project Manager, privi di competenze in materia di accessibilità. Pensare di progettare per l’esperienza delle persone escludendone una fetta per me equivale a dichiarare la propria inadeguatezza professionale. Esistono vari livelli di accessibilità e il W3C mette a disposizione una serie di strumenti per imparare il significato di questa disciplina, oltre, ovviamente, alle linee guida. Studia.

4. Non devi essere una brava persona per apprezzare l’accessibilità: è il primo passo per la SEO

Googlebot legge le le pagine web più o meno come uno screen reader (cioè come un parser: leggendo il codice riga per riga): per esempio apprezza il testo strutturato correttamente e i testi alternativi per le immagini. Se proprio sei una brutta persona e delle persone disabili motorie, sensoriali e cognitive, degli anziani e di chi ha una disabilità temporanea non ti frega nulla, allora ricorda che l’accessibilità aiuta la SEO.

Io ho venduto accessibilità per anni spacciandola per SEO.

5. Le persone cercano contenuti pertinenti e comprensibili

Una pagina web, o un’applicazione, esteticamente piacevole e tecnicamente perfetta è inutile se il contenuto è scadente o incomprensibile. Non esistono solo disabilità motorie o sensoriali, questo è un errore comune: si tende a far convergere la disabilità in generale con il corpo. La realtà è che anche la mente è importante.2 Quindi produrre contenuti comprensibili anche per chi ha deficit cognitivi, in particolare quando si tratta di progettare servizi, è essenziale. Per non parlare della dislessia, o della cecità ai colori ecc.

Di nuovo: se non lavori per una pubblica amministrazione (soggetta, quindi, alla Legge 4/2004) puoi anche fregartene, ma sei sicuro che tutti siano in grado di comprendere i tuoi contenuti? Se si, allora ti invito a riflettere sul concetto di intelligenza mediana e a guardarti intorno. Un buon esercizio? Prova a scrivere una descrizione del sistema solare comprensibile anche a un terrapiattista.

6. L’accessibilità è un mindset, non una funzionalità

Spesso mi è capitato di essere chiamato come consulente quando il danno era già stato fatto. Se l’accessibilità non è inclusa immediatamente nel processo di progettazione, quando emergerà il problema — perché emergerà stanne certo — il costo necessario a risolverlo sarà esponenzialmente più alto.

A partire dalla strategia, passando per la UX e la UI, per finire allo sviluppo — lo so, lo so… è la descrizione di un processo waterfall, ma datemi tregua, amici talebani dell’agile — l’accessibilità deve essere uno dei requisiti primari e, quando necessario, i vari team devono essere formati sul tema. Purtroppo anche in contesti umanamente evoluti, questo non avviene.

7. Non basarti esclusivamente sulle leggi o sulle raccomandazioni.

Le leggi potrebbero essere obsolete e le raccomandazioni potrebbero contenere errori. L’ideale è provare a lavorare sul campo con persone disabili. Per un certo periodo della mia vita mi sono occupato di riabilitazione informatica e, credetemi, ho imparato più in quel periodo sull’usabilità e sull’accessibilità digitale che in qualsiasi testo o corso teorico. Incontrare e relazionarsi con persone disabili è più semplice di quanto sembri, esistono associazioni e istituzioni a cui rivolgersi, io, per esempio, ho collaborato per anni con la Fondazione ASPHI di Bologna.

Ricordo nuovamente però di non commettere l’errore di pensare che esista un solo tipo di disabilità e che, per esempio, occuparsi di ottimizzare un’applicazione o una pagina web per lo screen reader sia sufficiente.

8. Gli esperti di accessibilità non sono l’inquisizione

Quando a fare accessibilità in Italia eravamo in pochi e si doveva lavorare sull’applicazione della Legge Stanca, era comune la sensazione di essere considerati dei rompicoglioni.
La nostra legge sull’accessibilità ha la pecca enorme di non essere sanzionatoria, per cui il dirigente della pubblica amministrazione che non la applicasse, se la caverà pressoché senza problemi. Questo, insieme al fatto che, nel 2004, la sensibilità sul tema era pari a zero e che le analisi tecniche, per loro natura, tendono ad essere fredde e perentorie, ci diede la fama di censori.

Devo dire che, nel periodo in cui lavoravo per l’allora CNIPA3 ed eseguivo i test di conformità dei siti web delle PA centrali, non ce ne fu uno che passò la mia analisi. Quindi i casi sono due: o io ero davvero cattivo, o i siti web pubblici italiani facevano pena. A voi la scelta.

Successivamente a quel periodo mi capitò spesso di lavorare fuori dal settore pubblico e di poter assumere un approccio meno censorio e più consulenziale. Che è, per me, l’approccio giusto: non bisogna terrorizzare il cliente con un elenco di errori, ma guidarlo verso la conformità e la consapevolezza culturale dell’importanza dell’accessibilità

9. Osserva le persone disabili mentre usano le tecnologie assistive

Le persone disabili spesso distruggono i miti che abbiamo su come usano la tecnologia. Questo è un tema importantissimo: conoscere le persone che useranno ciò che tu progetti è fondamentale. Esistono anche persone disabili nel mondo, e non sono una minoranza improduttiva, mettitelo in testa se vuoi essere un buon designer.

Attenzione però a non attribuire automaticamente alla persona disabile il ruolo di esperto di accessibilità. Per quanto non sia escluso che lo sia, generalmente la persona disabile non è l’interlocutore più obiettivo (per questo la legge prevede che il panel di persone disabili per la verifica soggettiva sia monitorato da un esperto in fattori umani).

10. Prova le tecnologie assistive

Non fidarti di ciò che gli altri dicono o scrivono su di esse. Se hai tempo, vai alle fiere di settore per toccare con mano le tecnologie assistive oppure testa la tua applicazione con uno screen reader (per esempio installa NVDA su Windows, o abilita VoiceOver su Mac), sarà illuminante.

11. Non fidarti di esperti di accessibilità che non hanno mai lavorato con persone disabili

Io non sono una persona che ama il linguaggio politicamente corretto, per cui nessuno si offenda, ma chi si vanta di essere un esperto di accessibilità e non ha mai lavorato con persone disabili (intendo professionalmente, avere un parente o un amico disabile non conta) dovrebbe almeno evitare di definirsi esperto.

Se è vero che puoi metterti un guantone da pugile e provare a usare una tastiera, o metterti una benda sugli occhi e provare a navigare con uno screen reader, la simulazione non è sufficiente, come non lo è seguire pedissequamente un elenco di tecniche scritte da altri. Come fare, per esempio, a capire l’infinita gamma di situazioni di ipovisione e provare a tradurle in un’azione concreta nel design, se non si è lavorato sul campo della riabilitazione con persone che queste differenti difficoltà le hanno?

Questo non significa dire che solo chi ha questa esperienza può occuparsi con successo di accessibilità, significa solo che chi non ce l’ha non può definirsi un professionista completo in questo campo.

12. L’accessibilità non influisce sulla qualità del design grafico

Non incolpare l’accessibilità se sei un designer mediocre. In passato, siccome le competenze tecniche in merito erano misere e si usavano ancora molto spesso le tabelle HTML per organizzare i layout grafici (lo so, sembra che parli del Mesozoico vero?), era comune sentirsi dire che l’accessibilità costringeva a produrre interfacce brutte. Il problema è che anche allora c’erano designer che producevano layout gradevoli e accessibili, quindi di chi è la colpa di un pessimo design, dell’accessibilità o del designer? Oggi anche solo pensare a una giustificazione del genere è ridicolo.

13. L’accessibilità non è fisica quantistica

Non incolpare l’accessibilità se sei uno sviluppatore di front-end mediocre. Le tecniche necessarie a raggiungere un livello minimo accettabile di accessibilità sono ridicolmente banali per un programmatore. Possono esserci difficoltà in contesti più complessi (per esempio quando il framework che sei costretto a usare produce codice non accessibile o quando devi lavorare su applicazioni preesistenti piene di codice spazzatura che non si può eliminare) ma non c’è nulla di insormontabile. Bisogna imparare ad avere un locus of control interno rispetto alla professione che si sceglie di svolgere: non è colpa degli altri o del fato se non riesci in qualcosa.

14. Evita soluzioni stupide come una versione accessibile parallela a quella completa

Questo, quindici anni fa, era l’incubo di ogni esperto di accessibilità. L’azienda o l’amministrazione pubblica che, con l’orgoglio beota di chi non ha capito un belino, ti presentava la “versione accessibile” del proprio sito. Spesso semplificata e priva di alcune funzionalità. È, letteralmente, un tema di discriminazione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 3 – Costituzione Italiana

Ti piacerebbe dover entrare in un edificio che ha due accessi: uno per le persone normali e uno per te?

Note

  1. Accessibility and Business Value Study © 2008 The Customer Respect Group, Inc.
  2. Sorvoliamo sul tema filosofico mente/corpo, per i nostri scopi consideriamoli entità separate.
  3. Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione

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