Le fasi evolutive del web design – prima parte

Ultima modifica 5 aprile 2018 @ 14:31

Quando si parla di design, l’uomo analogico pensa all’arredamento o all’architettura. Oggi, però, qualsiasi prodotto è anche un’esperienza digitale. Per questo non è più possibile parlare di design senza parlare anche di cultura digitale.

Io, per esempio, considero ugualmente attinenti al discorso un prodotto, il sito di un brand, un chatbot, l’universo di sensori e attuatori disseminati nell’ambiente, l’AR, la VR, le interfacce olografiche ecc. Separare concettualmente il product design, lo sviluppo di un software, il web design o la progettazione di un’interfaccia conversazionale non ha molto senso. Inoltre l’hardware è sempre più incorporato nei prodotti, negli oggetti e nell’ambiente in cui viviamo l’esperienza. La promiscuità fisico/digitale è quotidiana e non necessariamente vissuta in maniera cosciente. Ambiente, software, hardware e wetware sono i componenti di un sistema complesso che vale la pena studiare.

Nella prima parte di questo articolo racconterò in maniera semi-seria il mio personale incontro con il digitale, in particolare con il web design. Chi, come me, ha attraversato la pubertà quando i siti web non esistevano, ha, letteralmente, visto nascere il Web e ha assistito all’intero arco dell’evoluzione del web design. L’Italia però e una terra nella quale il ritardo tecnologico di massa ha radici culturali profonde, per cui questa evoluzione la si è vissuta di riflesso, da comparse più che da protagonisti.

Quando Tim Berners-Lee accendeva il primo server web della storia io studiavo svogliatamente psicologia, per questo userò irrispettosamente, e un po’ a casaccio, gli stadi dello sviluppo cognitivo teorizzati da Piaget per caratterizzare le fasi evolutive del design digitale. Ovviamente ciò che scrivo rappresenta la mia personale visione, sicuramente incompleta e probabilmente piena di inesattezze.

Lo stadio senso-motorio

Negli anni ’90 i siti web erano grotteschi. Anche quelli che allora ci sembravano meraviglie, erano esteticamente discutibili e i pattern del web design stavano lentamente emergendo da quel brodo primordiale. Era una terra di nessuno. I grossi player del mercato tradizionale non si erano ancora accorti delle potenzialità del mezzo e chi si occupava di comunicazione pubblicitaria, non prendeva sul serio il Web. Ci si muoveva per tentativi ed errori, gattonando qua e là e mettendosi in bocca qualsiasi cosa. GIF animate imbarazzanti e pagine web con tappezzerie psichedeliche come sfondo, erano il palcoscenico per contenuti inutili e disgustosi o, al contrario, interessanti e underground. Era l’epoca del webmaster, una via di mezzo tra un sistemista e il capo delirante di una setta, e delle riviste su carta che spiegavano Internet, con CD-ROM allegato. Le ricerche le facevi su AltaVista, ma dominava la serendipità, le pagine si caricavano con una lentezza mortale, a scatti, e se passavi accanto a una finestra aperta riconoscevi i tuoi fratelli digitali dal fischio ritmato del modem analogico. Il W3C muoveva i primi timidi passi e, francamente, a nessuno fregava nulla dei primi passi del W3C. Eravamo all’inizio della spietata guerra dei browser, una carneficina di cui portiamo ancora addosso le cicatrici.

AltaVista
L’intestazione di AltaVista nel 1999. Fonte: web.archive.org

Lo stadio pre-operatorio

Quando gli intellettuali si permettono di parlare di tecnologia, di solito un informatico muore. In quegli anni si lasciarono affascinare dai presunti aspetti libertari del Web commettendo sia l’errore di avvallare l’inesistente convergenza tra Internet e il Web sia quello, tipico degli accademici italiani, di arrivare in colpevole ritardo rispetto al mondo. Altri, invece, erano vittime più o meno consapevoli del determinismo tecnologico: ogni volta che un giornalista televisivo pontificava, come un predicatore da quattro soldi, sui terribili pericoli della Rete, mi sanguinavano gli occhi. Insomma, sia i cantori ingenui di un comunismo implicito nel Web, sia i moralisti che ne denunciavano la natura infernale, si erano persi una banale verità: il mercato era entrato quasi subito nel Web e lo aveva colonizzato.

Sorvolando sul mondo del porno, che è l’elefante nella stanza del web, l’ingresso del mercato probabilmente ha spazzato via i sogni di libertà, ma ha generato la domanda necessaria alla crescita di una nuova professionalità: il web designer. Le agenzie di comunicazione si muovevano molto lentamente e molto male sia rispetto all’acquisizione delle competenze necessarie per proporre comunicazione digitale, sia rispetto alla percezione da parte dei manager del cambiamento paradigmatico in atto. Questo ha consentito a molti di proporsi come designer al di fuori dei canali abituali di relazione con le aziende.

Di certo, in quel periodo, era impensabile fare progettazione web senza imparare i linguaggi di marcatura e di stile e saper gestire anche un minimo di quello che, all’epoca, si chiamava Dynamic HTML. I web designer erano fullstack per necessità. I designer più entusiasti, aspettavano con ansia le nuove uscite di A List Apart, e il tema del momento era il superamento della guerra dei browser attraverso la diffusione dei linguaggi standard del web. Come naturale conseguenza nel 1998 nasce il WaSP (Web Standards Project), il manifesto di un gruppo di lavoro che promuoveva l’adozione delle raccomandazioni del W3C. Parallelamente si diffondeva, a partire dalla prima versione del 1996, l’uso del software Flash di Macromedia, un approccio al design diametralmente opposto rispetto ad HTML, sicuramente più in linea con l’idea di creatività propria delle vecchie agenzie di comunicazione, ma chiuso e con notevoli problemi di accessibilità.

Nello stadio pre-operatorio è il web designer che decide se evolversi affrontando discipline come l’usabilità (nel 1999 esce il libro di Jacob Nielsen Designing Web Usability: The Practice of Simplicity), l’accessibilità (nel 1997 iniziano le attività del gruppo di lavoro WAI del W3C) o l’architettura dell’informazione (nel 1998 esce la prima edizione del libro Information Architecture for the World Wide Web di Morville e Rosenfeld). In Italia, bisogna essere onesti, la maggioranza continuò a  sfornare siti spazzatura.

Il cliente dello stadio pre-operatorio è essenzialmente un ignorante digitale. Desidera una presenza sul Web, ma non sa spiegarsi il perché, il business della comunicazione è ancora in gran parte mainstream e in broadcasting e i clienti sono consumatori passivi. È un processo prevalentemente di imitazione, quello che porta le aziende a pagare anche molti quattrini per siti vetrina in gran parte inutili perché realizzati senza una vera strategia digitale. Le agenzie di pubblicità, con scarsa lungimiranza, pensano al Web come a un regalo per i clienti. L’e-commerce è ancora agli albori all’estero, figuriamoci in Italia.

Nella seconda parte dell’articolo parlerò dello stadio operatorio-concreto (ciò che viviamo oggi) e dello stadio operatorio-formale (il futuro).

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Marco Bertoni

Marco Bertoni si occupa di product envisioning e user experience per Mondora, la prima benefit corporation tecnologica d'Europa, parte del gruppo TeamSystem. La profonda attenzione all’etica di Mondora, che è anche una teal organization, si sostanzia sia nello sforzo continuo di rappresentare un cambiamento nella società sia nell’attenzione alla crescita umana e professionale.
In passato è stato design director, si è occupato di progetti di formazione e assessment per la pubblica amministrazione centrale, ha organizzato convegni e svolto attività di consulenza su user experience e inclusive design, occupandosi parallelamente di riabilitazione informatica per disabili sensoriali.