Sono tutti esperti di UX

Avvertenza: questo è un post politicamente scorretto, a tratti ironico, e contiene moltissimo olio di iperbole. Ne sconsiglio vivamente la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé.

L’ingresso del termine User Experience nel mondo del design ha avuto lo stesso effetto di un’infezione. Gradualmente ci siamo ammalati tutti di UX.

Oggi, nell’immaginario digitale collettivo, assistiamo alla convergenza tra il termine UX e gran parte delle attività legate al mondo della progettazione. Ma l’esperienza dell’utente è uno stato qualitativo della sua mente, è l’effetto percettivo ed emozionale provocato da un artefatto, non è una disciplina o un metodo, né tantomeno un ruolo professionale.

Parole come usabilità, accessibilità, grafica, interaction design, architettura dell’informazione, content management, front-end  ecc. indicano domini chiari, ed è piuttosto semplice capire a che si riferiscono. L’uso improprio del termine UX, al contrario, ha generato una serie di ridicole semplificazioni, eccone alcune:

  1. Per il programmatore medio UX significa grafica. In questo caso, ammettiamolo, la dicotomia è tra la programmazione e tutto il resto, considerato inutile robaccia da fighette. Purtroppo anche molti grafici, formati in modo superficiale, definiscono il loro lavoro con il termine UX contribuendo a tramandare l’errore.
  2. Per il cliente medio UX significa a volte grafica, a volte “boh?”, a volte marketing. Non è raro che qualche stakeholder senta il bisogno di migliorare la UX di qualcosa. Se la frase fosse migliorare l’usabilità e l’architettura dell’informazione, la specificità dell’affermazione presupporrebbe la conoscenza del dominio e la necessità di rivolgersi a un esperto, usare il termine UX, invece, consente di sembrare cool senza compromettersi le ferie con il lavoro vero.
  3. Per l’agenzia creativa media UX significa “il tizio sfigato che fa i wireframes”. Molte agenzie digitali sono ancora strutturate secondo il modello delle agenzie pubblicitarie anni ’50 (tipo Mad Men insomma). Per costoro la UX è un grande mistero perché non capiscono cosa serva d’altro, oltre a un direttore creativo nevrotico e una coppia creativa affiatata, per imbastire un progetto vincente. Alla fine, per assecondare il trend, assumeranno qualcuno e lo metteranno a fare wireframe copiati dalle grafiche già approvate dal direttore creativo.

La parola UX è diventata un alibi per non studiare. In passato, se volevi definirti, per esempio, esperto di accessibilità, dovevi studiare per anni tutta la teoria, lavorare sul campo con persone con disabilità e conoscere perfettamente le tecnologie abilitanti. Se volevi occuparti di usabilità, dovevi imparare tutta la teoria, lavorare sul campo con gli utenti e poi eseguire i test, interpretare i dati ecc. Adesso con due lezioni fuffa al corso di design o un master cotto e mangiato, sono tutti esperti di UX, e hanno ragione: perché chi più di noi stessi può essere definito esperto delle proprie esperienze?

La parola UX, quindi, è la grande livellatrice. Ha consentito a chiunque di proporsi sul mercato facendo le solite cose ma sembrando più cool. È il perfetto prodotto di una società superficiale in cui la sostanza è morta e sepolta sotto una coltre di parole inutili.

Foto copertina: davide ragusa

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Marco Bertoni

Prima di essere catturato dalle correnti gravitazionali delle agenzie digitali milanesi mi sono occupato di progetti di formazione e assessment per la pubblica amministrazione centrale, ho organizzato convegni e ho svolto attività di consulenza su experience e inclusive design, occupandomi parallelamente di riabilitazione informatica per disabili sensoriali.

Oggi sono Experience Director e Product Owner per Mondora un'azienda del gruppo TeamSystem. Il resto lo puoi scoprire visitando il mio profilo LinkedIn.