Fenomenologia dei ruoli immaginari: il designer full stack

Recentemente ho letto un articolo che racconta la figura del designer full stack, un professionista che sommerebbe le competenze di strategiaUX design, UI design, interaction design e sviluppo front-end. Secondo questa logica, agli sviluppatori old style restano solo il back-end e i database (SQL ecc.).  

Ecco cosa afferma l’autore:

A truly full stack designer can build a basic conception of a project, and complete the whole design and development related works. Such as the wireframes/prototypes design, visual design, and the front coding, JS / jQuery, etc.

Ho già scritto altrove, che il design digitale oggi necessita di professionisti con competenze orizzontali, e, quindi, concordo con la necessità di ampliare i propri orizzonti. Questo articolo, però, mi ha fatto pensare due cose: la prima è che chi l’ha scritto non abbia ben chiaro il significato e l’importanza del lavoro di gruppo, la seconda è che tutti gli one-man band che ho conosciuto erano mediocri in ognuno degli strumenti che suonavano.

Ecco perché, a mio avviso, le tesi proposte dall’articolo sono sbagliate:

  1. È impossibile praticare da soli queste discipline pretendendo di mantenere un livello di sufficienza in tutte. Chiunque si sia occupato di design sa che la competenza di un bravo grafico, per esempio, nasce dalla sua cultura artistica, dalla sperimentazione e dalle esperienze che ha avuto negli anni concentrandosi sul suo lavoro ed evolvendo la sua cifra stilistica. Lo stesso vale per chi si occupa seriamente di progettazione, se non è figlio di un master un tanto al chilo ma ha studiato e praticato per anni le discipline raggruppate sotto l’etichetta UX (oggi tanto di moda): usabilità, architettura dell’informazione, user-centered design, design thinking (ma anche etnografia, scienza cognitiva e filosofia). E lo stesso vale per uno sviluppatore front-end. Per non parlare dell’intelligenza commerciale, della strategia e della cultura generale necessarie a concepire un prodotto.
  2. L’articolo, di fatto, perpetua la contrapposizione tra designer e developer, che è il vero problema della progettazione. Ridurre il divario culturale tra progettisti di front-end e sviluppatori di back-end è la vera sfida, ma questo risultato non si ottiene pretendendo ottusamente che tutti sappiano fare tutto (male). Quante volte design di valore sono stati maciullati da sviluppatori che, non senza una certa arroganza, considerano il design grafico come un’inutile rottura di balle e rifiutano il dialogo? Questo è un enorme problema culturale. Il back-end non deve essere escluso dal design.

La mia opinione, quindi, è che si debbano valorizzare due concetti:

  1. La cultura condivisa. Non servono tanti inutili Pico Della Mirandola, piuttosto abbiamo bisogno di motivare le persone alla condivisione culturale anche con chi ha competenze apparentemente lontane. Per fare un esempio, io trovo curioso che chi sviluppa il codice di un chatbot non si interessi di linguistica, di scienza cognitiva e di filosofia della mente dato che sono queste le discipline che aiutano a comprendere le dinamiche dell’intenzionalità e della comunicazione umane. Lo stesso vale per uno UX designer aristocratico che non ha la minima idea di cosa sia la programmazione o per un grafico che si crede anche un architetto di esperienze, ma non sa cosa sia la user research.
  2. Il lavoro di gruppo. Ognuno di noi ha il suo daemon, ed è sano che si cerchi l’eccellenza in ciò che ci piace di più. Ciononostante l’innovazione e la qualità non nascono confrontandosi con se stessi. I progetti migliori che ho fatto sono stati il frutto di gruppi di lavoro multidisciplinari con persone che avevano competenze superiori alle mie nel loro campo e, al contempo, l’apertura mentale necessaria ad acquisire il lessico e le basi delle altre discipline. La chiave è l’apertura mentale. Per condividere la cultura della progettazione e creare valore bisogna lavorare con, non contro. Non ci si deve trasformare nell’altro, è sufficiente avvicinarsi al suo modo di vedere il mondo, condividendo senza pregiudizi.
Foto copertina: Flickr.

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Marco Bertoni

Prima di essere catturato dalle correnti gravitazionali delle agenzie digitali milanesi mi sono occupato di progetti di formazione e assessment per la pubblica amministrazione centrale, ho organizzato convegni e ho svolto attività di consulenza su experience e inclusive design, occupandomi parallelamente di riabilitazione informatica per disabili sensoriali.

Oggi sono Experience Director e Product Owner per Mondora un'azienda del gruppo TeamSystem. Il resto lo puoi scoprire visitando il mio profilo LinkedIn.