Automi emozionali, prima parte

Questo è il primo di tre articoli sull’argomento Artificial Empathy (AE), dal mio punto di vista. Avvertenza: tendo patologicamente alla prolissità per cui la prenderò alla larga, la dicitura “Prima Parte” nel titolo dovrebbe avervelo già suggerito, quindi un tl;dr è più che accettabile.

Esistono già applicazioni abbastanza mature della AE, se volete scoprire quali, vi suggerisco di leggere l’ottimo articolo di F. Gramuglio, che introduce il campo anche dal punto di vista del mercato e definisce molto bene la disciplina. Io voglio, invece, proporvi un esperimento mentale: fingiamo di essere un gruppo di nerd che meditano sulle fondamenta teoriche della progettazione di un automa emozionale.

Cos’è un’emozione? Dovrebbe essere la prima domanda da porsi. Ma la risposta non è semplice. Proverò a dimostrare, infatti, che la stessa definizione dell’oggetto della discussione è complicata e che questa complessità deve essere tenuta in considerazione quando si associa l’aggettivo artificiale a qualcosa di umano.

Quali sono gli assunti teorici che stanno alla base di un modello del funzionamento delle emozioni o, per esempio, della coscienza? La prospettiva del senso comune, l’approccio evoluzionistico, la prospettiva neurofisiologica, le diverse teorie psicologiche, quale di questi approcci è quello “giusto”?

Per provare un’emozione è necessario averne coscienza? Ma, cos’è la coscienza?

Se condividi il pensiero di Dennett, negherai l’esistenza stessa della coscienza. Se, invece, Alva Noë ti convince, penserai che la coscienza non origini esclusivamente nel sistema nervoso centrale. Se segui le idee di Edelman, sarai affascinato dal riduzionismo biologico. Se hai letto Hofstadter, i concetti di ricorsione e strani anelli ti saranno familiari, e così via.

Eludere il problema dell’impianto di credenze che sottende qualsiasi pensiero creativo, specialmente quando si parla di emozioni o intelligenza, è una soluzione troppo comoda e un errore metodologico.

Ho recentemente rispolverato un libro molto interessante nel quale l’autore propone l’analisi di tutte le prospettive sulle emozioni (almeno fino al 2002, data di pubblicazione) e, nel capitolo finale, sintetizza le varie prospettive. Vediamone, per esempio, due opposte:

  • le teorie evoluzionistico-funzionalistiche, in cui si riconduce l’emozione a meccanismi di regolazione biologica e in parziale autonomia rispetto ai processi coscienti,
  • le teorie cognitiviste, che trattano le emozioni come processi inferenziali simili a quelli del ragionamento e basati sulla logica proposizionale, quindi non compatibili con l’esistenza di emozioni primarie embedded nell’hardware neurale.

Galati sostiene che sia la genesi sia i problemi di ognuna di queste teorie derivano da una scelta di posizione rispetto al “rapporto tra biologico e psicologico, corporeo e mentale, cognitivo ed emozionale”.

Nel libro ovviamente c’è molto di più, qui mi interessa evidenziare l’importanza degli assunti che inevitabilmente guidano il tentativo di spiegare un aspetto del mondo verso un risultato coerente con essi. La nostra idea di che cosa sia un’emozione sarà inevitabilmente influenzata dalle nostre credenze.

Uno scienziato cognitivo proveniente dagli anni ‘70 del secolo scorso sosterrebbe probabilmente che la mente è un elaboratore di informazioni in forma di rappresentazioni simboliche, il software dell’hardware neurale, e che è possibile simularne i processi al calcolatore, cioè una macchina con architettura seriale di Von Neumann, indipendentemente dall’hardware neurale. Sembra un approccio affascinante vero? Eppure questa idea è stata superata da decenni. La scienza cognitiva “classica”, come qualsiasi teoria, è frutto di una visione epocale dell’uomo e del mondo.

Sempre Galati cita la critica di Winograd e Flores ai paradigmi della scienza cognitiva attraverso l’indicazione di alcuni presupposti teorici che tutti diamo per scontati, vale la pena citarli:

  1. Abitiamo in un mondo reale costituito di fatti oggettivi, diversi da noi, nel quale svolgiamo le nostre azioni.
  2. L’individuo è costituito da una parte materiale e una parte mentale.
  3. La percezione è un processo di registrazione dei fatti oggettivi nella nostra mente nella forma di rappresentazioni simboliche.
  4. La conoscenza consiste nella manipolazione di queste rappresentazioni simboliche, utilizzando nessi di tipo logico.

Vi sembrano tutti assunti sensati, inopinabili? Ne siete certi?

Molti anni fa, non ricordo più dove, lessi un’analisi di alcune famose teorie del ‘900, da Freud al cognitivismo, che correlava gli assunti di queste teorie alla tecnologia dominante all’epoca, per cui, per esempio, la dinamica “idraulica” della libido in Freud è stata concepita nell’epoca delle macchine a vapore, mentre l’idea della simulazione della mente al calcolatore è emersa negli anni di sviluppo esponenziale dell’informatica.

Ecco allora che, dalla critica alla scienza cognitiva classica, emerge la nuova prospettiva connessionista che, attraverso un modello di rete neurale ispirato al cervello (architettura parallela, nodi subsimbolici, attivazione, pesi, connessioni ecc.), ridefinisce la scienza cognitiva e consente di sperare nel sogno del superamento teorico della dicotomia res cogitans res extensa (ciò che in filosofia è chiamato materialismo eliminativista). Alla fine anche questo modello ha i suoi critici e altri, nuovi, modelli lo affiancano, per esempio l’embodied cognitive science che applica in psicologia la teoria dei sistemi dinamici e della complessità… e così via, ad libitum.

Esempio di rete neurale artificiale

La prima parte termina con una domanda, forse leggermente prematura, rivolta al progettista di macchine emozionali che è in voi:

Qual è l’approccio teorico più adatto per porre le basi della progettazione di un automa emozionale? Oppure, se lo avete già fatto, quale approccio teorico avete usato per progettare il vostro automa emozionale? Non è possibile barare: come non esiste nessun essere umano privo di pregiudizi, non esiste nessun progetto privo di assunti teorici.

Bibliografia della prima parte:

  1. Dario Galati, Prospettive sulle emozioni e teorie del soggetto, Bollati Boringhieri.
  2. Michele Di Francesco, Introduzione alla filosofia della mente, Carocci.

Insieme a Fabrizio Gramuglio, abbiamo creato un gruppo LinkedIn pensato per fungere da collettore di idee sulla Artificial Empathy, vi invito a partecipare alla discussione.

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